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Afghani delusi dalla democrazia «Stavamo meglio con i talebani»

• da La Stampa del 15 settembre 2006, pag. 13

di Françoise Chipaux

Cinque anni dopo la caduta dei talebani, sostituiti da un regime considerato filo-occidentale, gli afghani continuano a chiedersi cosa ne sarà di loro. «Quando sono tornato in patria, nel novembre 2001, ero euforico», dice un afghano, «oggi, come tutto il mondo, temo che il nostro Paese non ce la farà mai».

I progressi raggiunti finora paiono ogni giorno più fragili e ridicoli rispetto al montare dell’insicurezza politica, economica e criminale. L’inquietudine è più palpabile nel Sud, dove i combattimenti sono quotidiani e la popolazione non capisce come mai la «più grande potenza del mondo» non riesca a rimettere in carreggiata il loro Paese. In apparenza, la rifondazione delle istituzioni, con un presidente e un parlamento eletti a suffragio universale, una Costituzione, una nuova moneta, un nuovo inno e bandiera, la formazione dell’esercito e della polizia, sono progressi impressionanti.

Ma a due anni dalla sua elezione il presidente Hamid Karzai non impressiona più nessuno. Perfino nel suo feudo di Kandahar, dove aveva vinto con un plebiscitario 80%, la delusione è totale. «Se si ripresenta, non voterò più per lui», dice Ahmad Wali, giovane insegnante che ha lasciato il suo villaggio dopo le minacce dei talebani: «Ha promesso tutto, ma non ha fatto niente». Karzai, «troppo orientale» La comunità internazionale è altrettanto delusa da un presidente «più orientale di quello che pensavamo», dice un diplomatico e aggiunge che la permanente politica di «compromessi» tende spesso «a compromettere».

Molti afghani ritengono oggi la democrazia un lusso inutile. Nel migliore dei casi, considerano il governo inesistente, nel peggiore una cricca di mafiosi corrotti e senza scrupoli. «Mai la corruzione aveva raggiunto questi livelli», dice un ministro. «Gli insegnanti erano gli ultimi onesti», afferma un professore universitario, «ma è finita. Oggi mio figlio ha dovuto comprare una tessera telefonica per il suo insegnante per farsi correggere i compiti». Formato dalla comunità internazionale, l’esercito - circa 30 mila uomini - beneficia di un’immagine migliore di quella della polizia.

Più della metà dell’esercito combatte a fianco delle truppe della Nato e della coalizione guidata dagli Usa, ma resta incapace di operare da solo. La polizia, mal addestrata, mal equipaggiata, poco motivata, viene erosa dalla corruzione. Spesso i poliziotti fanno ancora parte delle milizie, leali innanzitutto ai loro comandanti, il cui obiettivo non è certo quello di rafforzare la legge. Così la giustizia si affida alla legge del più forte.

I tribunali speciali che dovevano attaccare il problema della droga dall’alto - cioè puntando ai grossi trafficanti - per ora hanno aperto 600 inchieste, che coinvolgono essenzialmente i guidatori dei convogli di oppio. Quest’anno l’Afghanistan ha battuto tutti i record di produzione di papavero con una raccolta di 6100 tonnellate, da cui si ricaveranno 600 tonnellate di eroina. In assenza di volontà politica e con una corruzione totale, i 2 miliardi di dollari pagati dall’Occidente per combattere questo traffico sono inutili.

Senza dubbio, l’Afghanistan è oggi l’unico nacro-Stato sostenuto dalla comunità internazionale. Gli aiuti non servono Solo il 6% degli afghani disponde di elettricità, la metà soffre di malnutrizione, solo il 40% dei bambini vengono vaccinati e ogni mezz’ora una donna muore di complicazioni post-parto. E molti si chiedono a cosa siano serviti i 15 miliardi di dollari già stanziati per questo Paese. E’ vero che sono state costruite cliniche e scuole, riparate strade ed edifici pubblici, puliti canali di irrigazione.

Ma si è fatto nel disordine, senza coordinamento, senza tener conto del bisogni reali e senza controllo sulla qualità. Si sfiora l’assurdo: due organizzazioni internazionali hanno scoperto di recente di aver pagato entrambe 20 mila dollari di stipendio a un consigliere di Karzai, che si è guardato bene dal denunciare l’equivoco. Un insegnante che rischia la vita nel Sud viene pagato 500 voilte meno, 40 dollari al mese.

Le retribuzioni di certi esperti stranieri e afghani rimpatriati alimentano la frustrazione: «L’Afghanistan è sempre stato povero, ma almeno non vedevamo la ricchezza arrogante che c’è oggi a Kabul», dice un ex ministro. «Il denaro della comunità internazionale finisce nelle tasche dei funzionari, la gente è arrabbiata e per questo prestiamo ascolto a talebani», spiega Wali Mohammed, che ha una fattoria a Kandahar. Nel Sud perfino gli attentati suicidi vengono considerati colpa degli stranieri, e non dei talebani.

Le scuole richiudono Ex capitale talebana, Kandahar vive nella paura: «Quando mando a scuola i figli tremo fino al loro ritorno», dice il direttore di una ong afghana. I talebani circolano per la città senza problemi. «Ho paura di insegnare apertamente», racconta Ahmad Wali, che ormai riceve gli allievi a casa. Uno dei successi del «nuovo Afghanistan», il ritorno in classe di 5 milioni di bambini, di cui 1,6 milioni di femmine, viene rimesso in discussione nel Sud. «L’anno scorso eravamo 55 in classe,», racconta Ali Ahmad, 16 anni, «ma dopo l’esplosione alla sede della polizia davanti alla scuola siamo rimasti in 40. Poi è arrivata una lettera di minacce e altri 15 allievi se ne sono andati».

La propaganda talebana spinge molti a chiedere il ritiro delle truppe straniere: «Hanno potere, ma non fanno niente per la gente, che si sente tradita», dice un responsabile per la sicurezza. Nonostante la delusione, la maggioranza degli afghani non hanno ancora perso la speranza. Si rallegrano dei piccoli progressi della vita quotidiana: i cellulari, le 5 reti tv, i giornali, l’arrivo di stranieri. Le donne che siedono in parlamento, che possono lavorare e studiare, sono le più preoccupate. Cinque anni dopo la caduta dei talebani, il destino dell’Afghanistan è più imprevedibile che mai. «Quando arrivarono gli americani, tutta la popolazione era con loro», ricorda Noor Ali, professore di Kandahar. «Ma avevano mentito, e ora non ci interessa più lo sviluppo. Vogliamo solo pace e sicurezza».



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