E’ facile per un governo di sinistra cadere nella retorica del «tassare i ricchi» aumentando le aliquote per le fasce più alte di reddito. Ma non è sempre detto che imposte marginali più elevate finiscano davvero per creare progressività effettiva. Il viceministro Vincenzo Visco, che è un profondo conoscitore delle varie sfaccettature dell'economia pubblica, deve saper resistere a questa tentazione, che è oggi particolarmente forte per due motivi contingenti.
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 Primo, il nuovo responsabile delle Finanze può semplicemente affermare di voler disfare quello che Giulio Tremonti aveva progettato nella precedente legislatura (e che Domenico Siniscalco, nel suo breve interregno al ministero dell'Economia, ha completato), facendo leva sull'avversione di buona parte dell'elettorato (non solo di sinistra) per i Governi Berlusconi. Ciò è politicamehte meno costoso di dover alzare direttamente ed esplicitamente le aliquote.
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 Secondo, può evitare qualche miliardo di tagli di spesa al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, in difficoltà  con gli altri membri del Governo Prodi. Il secondo modulo della riforma Tremonti, che è noto per aver abbattuto le aliquote più elevate e che si vorrebbe oggi ridisegnare, era previsto costare a regime 6,7 miliardi di euro; anche se solo una quota di tale cifra andò in tasca ai contribuenti davvero più agiati, considerato il loro numero esiguo e il fatto che vennero ritoccate anche le altre aliquote e le detrazioni e che i benefici cominciarono a essere consistenti a partire da 25mila euro di reddito, non esattamente da nababbi. Oggi si mira a recuperare buona parte di quel minor gettito. Ma le riforme fiscali (e le controriforme) non si fanno per motivi contingenti, soprattutto quando è ormai chiaro a tutti che il deficit va ridotto dal lato della spesa.
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 Visco sa bene che in Italia l'evasione è molto diffusa. Innalzare le aliquote più elevate significa colpire solo chi le imposte già le paga e spingere le persone al margine, cioè quelle indecise se assolvere in tutto o in parte il loro dovere di contribuenti, verso l'evasione. L'aumento delle aliquote non tocca i grandi evasori, che verranno anzi ancor più incentivati a nascondere meglio i propri redditi e renderà  più difficile la lotta all'evasione dichiarata dal govemo stesso.
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 Invece di alzare le aliquote è preferibile semplificare il sistema di imposizione, ridurre le detrazioni che favoriscono l'elusione e allargare la base imponibile. Ciò riduce gli effetti distorsivi delle imposte dirette sull'offerta di lavoro. Infatti, a parità di tassazione complessiva, una persona sceglierà di lavorare di più se i guadagni conseguiti con le ore di lavoro aggiuntive sono gravati da imposte leggere. La scelta su quanto lavorare è particolarmente importante per gli autonomi e per chi percepisce emolumenti medio-alti, svincolati dai contratti di lavoro dipendente. Proprio Visco negli anni 80 predicava aliquote basse e base imponibile ampia e aveva perfettamente ragione.
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 Inoltre, l'offerta di lavoro femminile è molto sensibile alle aliquote marginali, come dimostra una valanga di studi economici sia per l'Italia sia per altri Paesi. Il motivo è che, se l'imposizione marginale è alta, al secondo lavoratore della famiglia conviene rimanere a casa risparmiando i costi per la cura dei bambini e per le mansioni domestiche. La partecipazione femminile al lavoro in Italia è la minore dell'Ocse. Incrementi delle aliquote marginali fmiranno per ridurla ancor di più e ciò sarebbe assai grave non solo per l'economia ma anche per il progresso verso la parità tra i generi nell'ambito professionale, un aspetto sul quale il ministro per i Diritti e pari opportunità . Barbara Pollastrini, dovrebbe ssere sensibile.
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 Del resto la tendenza alla riduzione delle aliquote più alte è un fenomeno generalizzato da 25 anni. Dopo gli straordinari aumenti negli anni 60 e 70, ovunque sono state fortemente abbassate. La scalata delle aliquote è stata almeno in parte responsabile della riduzione delle ore lavorate in Europa,uno dei fattori del declino europeo. Ma anche in Europa, a partire dalla fme degli anni 80, le aliquote sono scese. È difficile confrontare sistemi fiscali di diversi Paesi, data la loro complessità e multidimensionalità , ma è un fatto che l'aliquota marginale più alta sia calata ovunque. Nel 1980 l'aliquota top era nella media dei Paesi Ocse al 67%, adesso è al 43 per cento. Spesso riduzioni di aliquote fiscali sono state accompagnate da forti accelerazioni di crescita economica, come negli Stati Uniti dei primi anni 60 e dei primi anni 80, in irlanda a fine anni 80 e in Svezia a fme anni 90.
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 Semplificare, riducendo così l'elusione, recuperare l'evasione e ridurre le aliquote: questa è una strada coerente da seguire. Ed è anche un compromesso politico realistico: meno aliquote per meno evasione. Â