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mar 23 apr. 2019
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Un cattolico tradizionalista da annoverare tra i migliori prodotti della Francia laica: Charles Péguy

• da Il Foglio del 30 novembre -0001, pag. 2

di Angiolo Bandinelli

Per un euro, compero a una polverosa bancarella un fascicolino, manco cento pagine slabbrate e annerite ma ancora eleganti. Titolo “La France”, autore annunciato Charles Péguy, edito da “nrf/Gallimard/ Collection Catholique”. Sul frontespizio, la stampigliatura “Notre Dame de Sion”, un istituto romano al quale certo non lo restituirò. Seduto a un bar davanti a un espresso, lo sfoglio e scopro che si tratta di una antologia redatta dal figlio Pierre. Ma non mi pento dell’acquisto, sono pagine bellissime, una appassionata apologia della Francia e di Parigi: stampate nel 1941, certo non per caso. Conosciamo Péguy: grande scrittore in prosa e in versi, fondatore dei “Cahiers de la Quinzaine” in cordata con Georges Sorel e Anatole France, Romain Rolland e Julien Benda, socialista dreyfusardo poi convertito e ardente cattolico, avverso all’anticlericalismo ufficiale del suo tempo ma credente in un Dio “autre” da quello delle istituzioni e dunque anticlericale pure lui. Tutto mi portava a credere che il librino fosse un “j’accuse” spietato nei confronti di un paese che proprio in quegli anni “fin de siècle” stava elaborando il feroce laicismo ottocentesco. Sentite un po’: “Non c’è più popolo. Tutti sono borghesi. Tutti leggono il loro giornale. Il poco che restava dell’antica, o meglio delle antiche aristocrazie, è divenuto bassa borghesia… borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno solo un’idea, diventare borghesi. Questo è anche quel che dicono diventare socialisti…”. Tradizionalismo, antiborghesismo, quasi un Léon Bloy. E invece queste pagine sprizzano un amore intenso per la Francia. La Francia di Péguy non è solo l’amata Giovanna D’Arco, è tutta la Francia, i suoi contadini, la sua gente, le acque della Meuse e della Loire o le terre della Beauce; e anche Victor Hugo, l’Arc de Triomphe, Parigi. Péguy scioglie un inno alla capitale della Terza Repubblica: “Capitale temporale del mondo, capitale intellettuale e capitale spirituale, ancora e sempre… la città che più ha sofferto per la salvezza temporale dell’umanità”; “la più pagana delle città” ma anche “la più cristiana, certamente la più cattolica”; “capitale della lussuria”.

 

Credo di avvertire in Péguy il timbro di un Jacques Maritain, la stessa capacità e scioltezza di restare nel mondo circostante e avverso, laico e miscredente, lavorando per il suo riscatto: pugnaci cattolici di un tempo passato, nulla a che vedere con i teocon del nostro tempo. Questi (o molti di loro, e comunque “nothing personal”, ovviamente) non hanno né il ricordo né la passione della propria terra che è di Péguy, il loro tradizionalismo mi pare sciolto da responsabilità storiche: pensate a come detestano Roma, la capitale risorgimentale nata da Porta Pia. L’identità di cui parlano è non fuoco e sentimento interiore ma, per così dire, una clava da impugnare contro gli avversari (se ne creano di appositi, temo). Mondanamente politologi, sanno tutto del potere e del braccio secolare che può emanarne. Non mi pare si nutrano dell’amore con il quale Péguy (o un Carlo Bo, per dire) intessevano un intenso commercio ideale con “l’altro” senza bisogno di invocare “dialoghi tra laici e cattolici”. Sotto l’appello al dialogo coltivano in realtà un’attesa vendicativa, penso che odino questi Péguy, Maritain, Carlo Bo cui attribuiscono forse la responsabilità di aver contribuito (“collaborato”?) alla crisi e morte dell’Europa, di non aver combattuto a sufficienza il suo nichilismo e di aver anzi lavorato a un cristianesimo che fosse sale e lievito di un occidente non reificato ma visto come termine di una speranza in continuo divenire. Credo sospirino un ritorno, se non proprio a Charles Maurras, a Léon Bloy. Purtroppo, di Bloy non hanno la cristallina consequenziarietà, gli sdegnosi rifiuti, la forza che si esprime nell’isolamento, nella povertà. Péguy, credente non clericale, dialoga davvero con un laico non laicista, senza bisogno di accendere compromessi o inciuci. Possiamo dire che questo cattolico tradizionalista ci ha dato qualcosa da annoverare

tra i prodotti migliori della Francia.



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