Ci sarebbe stata una grande differenza se Romano Prodi, nel recente viaggio in Spagna, avesse reincontrato Aznar invece di incontrare Zapatero? Non credo: in entrambi i casi il nostro premier ha incontrato capi di governo con una visione molto simile dell'interesse nazionale del loro Paese. Nel 1996, Prodi si era recato in Spagna con una domanda che contrastava con l'interesse nazionale spagnolo, quella di attendere per un anno un'Italia che si riteneva impreparata all'ingresso nel sistema monetario europeo. Ammaestrato dall'esperienza negativa, questa volta Prodi ha presentato a Zapatero una proposta circa la fusione di Autostrade e Abertis che concilia l'interesse nazionale dei due Paesi.
Â
 Concetto elusivo, quello di «interesse nazionale», oggetto di un importante seminario Aspen lo scorso fine settimana e di un numero speciale di Aspenia da poco nelle librerie. Se fosse possibile definirlo in modo condiviso cesserebbe ogni dialettica politica, che in una lettura nobile consiste appunto nel contrasto tra diverse concezioni dell'interesse nazionale. E questo contrasto si manifesta in Italia come in Spagna: sulla guerra in Iraq lo scontro tra socialisti e popolari è stato ancor più duro di quello avvenuto tra Ulivo e Polo. Ma si tratta di un concetto utile, se usato con discernimento: esso ci consente di affermare che le classi dirigenti spagnole, sia quelle economiche che quelle politiche, hanno una visione dell'interesse nazionale più omogenea e coerente di quella condivisa dalle classi dirigenti italiane. Anzitutto esse ragionano in modo esplicito in termini di Stato e di nazione e sono animate da una visione - una Spagna moderna, prospera, rispettata - che tempera le diverse concezioni partigiane di cui è fatta la politica. Questo è ammirevole e sorprendente se si tiene conto che la Spagna è composta da comunità nazionali diverse: la Padania è un'invenzione farsesca, la Catalogna e il Paese Basco non lo sono.
Â
 In secondo luogo, la presenza di un obiettivo così forte ed esplicito, insieme ad un sistema partitico e a un modello istituzionale più «razionali» del nostro, ha condotto le classi dirigenti spagnole ad articolare l'interesse nazionale in un insieme di priorità e di struinenti condivisi a destra e sinistra dello spettro politico che conta. L'Unione Europea, una politica di bilancio rigorosa, una concezione liberale dell'economia e della società , la concorrenza, l'enfasi sull'istruzione e sul merito, un «largo ai giovani» non solo declamato, sono convinzioni e obiettivi comuni ai due schieramenti politici. Convinzioni e obiettivi che portano a perseguire attivamente una visione di interesse nazionale più ampia e robusta della nostra. Non vorrei dare l'idea di una bipartisanship irenica e già si è accennato alla profonda rottura in politica estera. Gli scontri tra socialisti e popolari ci sono, molto forti, e l'autoritratto di Zapatero che emerge dalla lunga intervista di domenica scorsa su questo giornale ne fa capire chiaramente l'origine: una concezione dei diritti individuali e dello Stato sociale come quella di Zapatero non può essere condivisa dai Popolari. Ma il comune contesto liberale in cui i due grandi partiti formulano i loro programmi è abbastanza forte da proiettare all'esterno un'immagine coerente e unitaria del Paese.
Â
 Fra pochi anni il reddito pro capite spagnolo sarà superiore a quello italiano. E la Spagna non è l'Irlanda, che ci ha sorpassati da tempo: è un paese di quaranta milioni di abitanti. Si tratta di fenomeni economici, ma sarebbe sbagliato se ci rivolgessimo solo agli economisti per capire la lezione che l'Italia ne può trarre.