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mer 29 gen. 2020
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La situazione carceraria

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Dossier sul carcere in Italia

Dall'analisi complessiva del "pianeta carcere", compiuta in questi anni dagli eletti Radicali con visite sistematiche negli Istituti di Pena, emerge la fotografia di una situazione di vero e proprio sfascio di legalità
Popolazione detenuta in Italia è cresciuta egli ultimi dieci anni dell’80%. A fronte di spazi e strutture rimasti sostanzialmente invariati. E quindi sempre più invivibili. Ci sono detenuti stipati in posti in cui si fa una sadica economia dello spazio: a Poggioreale dovrebbero essere in 1308, ma ci stanno in più di 2.200. Per lo più stranieri. E le cose non vanno meglio a Regina Cœli, San Vittore e negli altri istituti “metropolitani”. Ci sono quelli che stanno in edifici vincolati dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici, in stabili costruiti nel ‘700 - ‘800, decadenti e privi di spazi si socialità, di aree verdi e di qualunque struttura sportiva. Posti in cui anche l’aria sembra vecchia. Ci sono quelli che stanno nelle carceri più nuove: quelle che hanno fatto la fortuna di progettisti e architetti che potremmo definire “sperimentali”. A Padova “Due Palazzi” la pavimentazione non è mai stata finita e pochi anni dopo l’inaugurazione è stato necessario rifare l’intero sistema idraulico in quanto completamente marcito. Ad Asti i consiglieri regionali radicali del Piemonte hanno denunciato che il carcere costruito nel 1990 non è mai stato allacciato alla rete idrica: l’acqua è prelevata grazie a dei pozzi artesiani da una falda molto calcarea che danneggia tubature e caldaie…quindi docce, celle e cibo freddi. A Catania non solo non fa freddo, ma non esiste neppure il problema dell’acqua, che non c’è. Semplicemente. Mentre a Vicenza le sbarre affondano in una zona paludosa, con fognature intasate, sangue di zanzare sulle pareti e pioggia in biblioteca. Poi ci sono quelli che vivono nelle cosiddette “carceri d’oro”, costate miliardi di lire ai contribuenti degli anni ’80, progettate per fronteggiare l’emergenza terrorista, ma costruite ed aperte con qualche anno di ritardo sulla tabella di marcia della Storia. La priorità è data alla sicurezza, a scapito della vivibilità. Lontane dai centri abitati e mal servite dai mezzi pubblici. Eppure tutte le carceri hanno qualcosa in comune: hanno tutte (o quasi) bagno e cucina nello stesso locale; cambio lenzuola ogni 15 giorni; cesso alla turca o water separato dagli sguardi e dalla vita degli altri da un muretto alto appena un metro e poi decadenza e decrepitudine.

Il personale è insufficiente. Gli assistenti sociali in organico dovrebbero essere 1.630; gli effettivi sono 1.235 (- 395). Gli educatori previsti in organico dovrebbero essere 1.376; gli effettivi sono 588 (- 788). Gli psicologi praticamente non esistono: dei 95 previsti, risultano presenti 4 (- 91). I medici, dei 42 previsti sono presenti 20 (- 22). Per quanto riguarda il Settore della professionalità Organizzativa e delle Relazioni-Direttore, l'organico previsto corrisponde a 653 unità fra Direttori Coordinatori, Direttori e Collaboratori; se ne contano invece 440 in tutto (- 213).

L’assistenza sanitaria è di pessima qualità. Il diritto alla salute dei detenuti è rimasto sulla carta, dopo l’assegnazione dell’assistenza sanitaria in carcere alle ASL, che non hanno né i mezzi, né il know how necessario ad operare nei luoghi di restrizione della libertà.

La situazione è particolarmente grave per quanto riguarda i tossicodipendenti. Dei 55.275 detenuti presenti al 31/12/2001, 15.442 erano tossicodipendenti (27,94%).1.421 erano i detenuti sieropositivi all'HIV (2,57% del totale). Di questi 169 erano in AIDS conclamato (al 31 dicembre 2000 erano 128). I detenuti in trattamento metadonico erano 1.686 (11% del totale).

Fra tutti i detenuti nelle carceri italiane solo 13.704 hanno la possibilità di svolgere un lavoro. Si è passati da una percentuale del 43,54 % nel giugno 1990 al 24,79 % attuale. Un detenuto su quattro ha oggi la possibilità di svolgere un lavoro a stipendio dimezzato perché condiviso con un altro detenuto che altrimenti non avrebbe questa opportunità.
L'85 % dei detenuti lavoranti è alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria e svolge lavori di pulizia o di preparazione e distribuzione del vitto. Il restante 15 % è costituito per la maggior parte da semiliberi dipendenti da datori di lavoro esterni.


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