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Onu e diritti civili: Pannella-Hanoi 1-0

• da L'Opinione del 5 agosto 2004, pag. 3

di Dimitri Buffa

A due settimane dal voto che alle Nazioni Unite ha respinto la richiesta del Vietnam di sospendere per tre anni il Partito radicale transnazionale, L’opinione intervista Marco Perduca, da cinque anni rappresentante del Prt all’Onu.

Perché questo attacco proprio dal Vietnam?
Le storia delle battaglie radicali per le libertà in Vietnam parte dalla metà degli anni ‘60, quando Marco Pannella individua nel movimento dei monaci buddisti nonviolenti l’alternativa tanto all’avanzata del Nord quanto a quella del regime del Sud, ponendosi come altro rispetto all’opzione militare e al pacifismo. Le conoscenze di quarant’anni fa, sono poi riemerse negli ultimi anni grazie al lavoro di Olivier Dupuis, tanto che Vo Van Ai, il portavoce della Chiesa buddista unificata del Vietnam - e perseguitata da Hanoi - è oggi membro del consiglio generale del Prt. Nel giugno 2001, l’allora segretario radicale Dupuis e Martin Schulthes, furono arrestati a Saigon nel tentativo di incontrare il Patriarca della Chiesa buddista fuorilegge. Sempre nel 2001, grazie a Vo Van Ai, abbiamo incontrato Kok Ksor e da allora è arrivata incessante la denuncia delle violazioni dei diritti dei popoli indigeni degli altopiani centrali del Vietnam.

E’ la seconda volta che all’Onu si accusa il nonviolento, gandhiano, Partito radicale transnazionale di collusione coi terroristi e per questo lo si vuole punire. Come mai?
Sono oltre tre decenni che alle Nazioni Unite si cerca di arrivare a una definizione di terrorismo. Il conflitto israelo-palestinese da una parte e le politiche oppressive di decine di paesi dall’altra, hanno sempre impedito un accordo sulla nozione giuridica di terrorismo tanto da escludere che la figura fosse inclusa tra i crimini di competenza della Corte penale internazionale. Se a questo aggiungiamo la cosiddetta "guerra al terrorismo" lanciata a seguito dell’11 di settembre 2001, si fa presto a capire come le accuse di terrorismo siano ormai divenute, spesso col silenzio-assenso dei regimi democratici, delle giustificazioni o per sospendere quel minimo di diritti civili che, con anni di lotte, si erano a fatica affermati in vari paesi in via di sviluppo oppure per spiegare l’adozione di politiche ulteriormente repressive e liberticide. Politiche che stanno divenendo sempre più diffuse e preoccupanti, tanto è vero che da un anno a questa parte, su iniziativa del Messico e dell’Unione Europea, si è iniziato a pensare alla creazione di una "figura" che possa "controllare" che nella lotta al terrorismo non si sacrifichino i diritti fondamentali della persona.

Nel 2000 i russi, oggi il Vietnam: quali le differenze della richiesta di sospensione?
Le due richieste di espulsione e i processi che hanno portato il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite a prendere una decisione sono assai differenti e, proprio per questo, c’è di che preoccuparsi: quattro anni fa, infatti, l’attacco russo fu portato avanti "in grande stile" e i radicali accusati di fornire sostegno ai "terroristi" ceceni, di collusione con le narco-mafie internazionali e, addirittura, di promozione della pedofilia. Allo stesso tempo, fu data massima attenzione anche alle procedure da seguire in seno al Comitato che studia il caso prima che questo venga inviato all’Ecosoc. Mentre invece i vietnamiti, sebbene non avessero, come del resto i russi, prova alcuna delle loro accuse infamanti e diffamatorie, fin dall’inizio hanno scelto un approccio di tipo diverso orientato completamente al voto, certi di poter contare su una coalizione d’altri tempi tra gli oltre 120 stati membri del cd "gruppo dei non allineati" il cui fronte é stato sbaragliato dalla risolutezza degli europei e dalla leadership dell’Italia, che hanno evitato quello che fino all’ultimo momento era lo scenario più verosimile, ovvero un pareggio che, secondo le regole procedurali dell’Ecosoc, avrebbe ratificato la raccomandazione.

Chi sarà il prossimo?
A parte il Vietnam, che ha già annunciato che continuerà a chiedere sanzioni contro il Partito radicale transnazionale, la lista dei paesi che potrebbero aggiungersi agli sforzi di Hanoi è potenzialmente lunga. Tra questi sicuramente la Cina dato che, da anni, il dissidente Wei Jinsheng e alcuni rappresentanti della "minoranza" uigura della regione del Turkestan orientale, come Erkin Alptekin e Enver Can, fanno parte del Prt, senza contare che, grazie anche ai radicali, all’Onu si denunciano le persecuzioni degli affiliati al Falungong. Per certi versi anche la Tunisia, che nel 2005 ospiterà il summit sulla società dell’informazione e sulle cui presunte credenziali democratiche i radicali si battono da tempo, in particolare denunciando le politiche liberticide di Ben Ali e le persecuzioni del suo governo ai danni di dissidenti politici, giornalisti e militanti dei diritti umani. Ancora: il Laos, dove dovremmo iniziare presto a trasmettere una serie di programmi radiofonici per dare la possibilità alla diaspora laotiana, come si è fatto in Vietnam nel caso di Kok Ksor e dei suoi Montagnard, di comunicare con chi vive in uno stato di totale annullamento umano e civile.

Possibile che alle Nazioni Unite si arrivi a votare sulla base di accuse manifestamente infondate e infamanti come quelle del Vietnam contro il Partito radicale transnazionale e Kok Ksor?
Non solo é possibile, ma é anche molto probabile che si ripeta nel futuro prossimo per vari motivi: da una parte i meccanismi interni all’Onu - dove l’interpretazione delle regole è delegata sempre più spesso a dibattiti sostanziali, in cui la voce di uno Stato membro ha un peso naturalmente superiore rispetto a quello di una organizzazione non governativa e dove la legalità e legittimità della presenza di un governo non vengono mai messe in dubbio - dall’altra vi sono le caratteristiche che contraddistinguono il Partito radicale transnazionale dalle altre organizzazioni con status consultivo alle Nazioni unite.

Cioè?
Sin dalla sua affiliazione, nel 1995, il Prt si è contraddistinto per invocare la ricerca di soluzioni politiche a problemi generalmente ritenuti di "diritti umani" contro l’opinione diffusa che le due cose non fossero direttamente in connessione. Allo stesso tempo il Prt si è affermato come "partito di servizio" per decine di individui e gruppi silenziati dai peggiori regimi della terra. I Montagnard di Kok Ksor ne sono un esempio. La storia nonviolenta radicale ci dimostra come, anche a livello transnazionale, si sia sempre ricercato il dialogo con un interlocutore che legalmente, ma soprattutto legittimamente, potesse prendere in considerazione le varie questioni urgenti o emergenti al fine di adottare delle misure che potessero governarle e risolverle. Nel caso di paesi come la Cina, il Vietnam, il Laos o la Jugoslavia di Milosevic l’interlocuzione era impensabile e, quindi, ci si è rivolti alle Nazioni Unite affinché si trovassero soluzioni nel pieno rispetto della lettera e dello spirito delle dichiarazioni dell’Organizzazione, dei principi fondamentali della Carta dell’Onu e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Faccia un esempio.
Un esempio che può valere per tutti è la vicenda Milosevic. Infatti, mentre per esempio Human Rights Watch e Amnesty International, con le quali collaboriamo da anni su altre questioni, concludevano i propri dossier sulle "atrocità nella ex-Jugoslavia" con delle raccomandazioni al governo iugoslavo e Serbo, i radicali criticavano le "conferenze di pace" di Dayton del 1995 e Rambouillet del 1999 chiedendo l’incriminazione di un "capo di Stato" ritenendolo "il" problema e non una parte della possibile soluzione. Anche a seguito del lavoro della ong radicale "Non c’è pace senza giustizia" sappiamo come, alla fine, la "comunità internazionale" guidata dagli Usa abbia deciso di comportarsi. Questa è la peculiarità del contributo al lavoro delle Nazioni Unite del Prt, ma al tempo stesso è anche il motivo per cui se ne richiede l’espulsione e, su tale richiesta, e a differenza di altre organizzazioni che vengono semplicemente "minacciate di espulsione", si arrivi poi a votare e, sistematicamente, a respingerla. In tutta la storia delle Nazioni unite non era mai accaduto niente di simile.

Da un paio di anni Pannella e Bonino parlano della necessità di passare alla creazione di una Organizzazione mondiale della democrazia. Visti gli schieramenti di voto, la considerate sempre un’idea praticabile?
Il compattamento degli schieramenti a favore (20) e contro (22) la sanzione, nonché l’entità "neutrale" (11 astensioni), dà sicuramente da pensare e "rilanciare" l’idea di un maggiore coordinamento tra i paesi democratici sarà sicuramente più complesso di quanto già non fosse prima, anche perché alcuni degli iniziatori del processo della cosiddetta "Community of democracies", come l’India, hanno votato contro il Prt che, da un paio d’anni ormai, li sprona a mantenere la parola data. Il progetto di creare un’organizzazione delle democrazie, che si strutturino attorno al fondamento del rispetto dei diritti civili e politici e quindi sull’unico sistema che ne consente il godimento, ovvero la democrazia liberale, resta una priorità per chi, come i radicali, si batte per i diritti individuali tanto in Italia quanto all’estero e ritiene che il meccanismo delle Nazioni Unite possa ancora rappresentare una speranza di "mondo migliore". Un meccanismo che, a oltre 50 anni dalla sua creazione, dovrebbe tornare alla propria Costituzione e farla finalmente applicare appieno. Si tratta, però, di capire di cosa stiamo parlando quando si invocano le Nazioni Unite, perché una cosa è il segretariato che amministra e gestisce agenzie, missioni, fondi, progetti, eccetera, e un’altra il luogo fisico dove 191 paesi si ritrovano per discutere e "scontrarsi".
La loro somma algebrica di per sé non garantisce proprio un bel niente.



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