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E la «base» smentisce Ratzinger

• da Il Manifesto del 12 dicembre 2006, pag. 9

di Mimmo de Cillis

Arriva dai cattolici di base il semaforo verde ai Pacs e alla libera scelta di Piergiorgio Welby di staccare la spina. Due prese di posizione coraggiose su temi scottanti e di stretta attualità che, come spiega Cristoforo Palomba, segretario nazionale delle Comunità cristiane di base, «intendono ribadire la necessità della lai­cità dello stato, l'urgenza di una fede vis­suta laicamente, nella storia del presen­te, nella convivenza con altre culture e re­ligioni. Scevra di dogmatismi e senza che le istituzioni civili mostrino servili­smo nei confronti della chiesa». Mentre sul governo italiano (e sui volantini pro-Pacs del manifesto) si abbattono gli strali dell' Osservatore romano, che fa registra­re uno degli attacchi più violenti degli ultimi anni (anche questo è un sinto­mo, a detta di molti), c'è insomma una parte di cri­stianesimo che va controcorrente, anche rispetto alle scelte imposte dalle più alte gerarchie. E se il papa parla di «sana laicità», le piccole comunità di ba­se (una trentina in Italia), che nelle peri­ferie delle città si sforzano di vivere il van­gelo restando «dalla parte dei poveri», trovano che «c'è un forte ritorno di inge­renza della chiesa che ha tentato di ri­conquistare potere e di influenzare la vi­ta civile», nota Palomba.

 

Si tratta di un passo indietro rispetto alla temperie culturale del dopo Conci­lio. Lo si è visto nella battaglia per la leg­ge 40, «trasformata in una crociata reli­giosa». Lo si vede «nel voler trattare pro­blemi delle relazione fra le persone, i pro­blemi della gente comune, in una chiave puramente religiosa». Per questo le co­munità, nel documento finale della loro trentesima convention nazionale, con­clusasi domenica a Frascati (Roma), af­fermano che «la sacralità è insita nell'amore» e che «la chiesa ha il grande compito di riconoscere tale sacralità inti­ma», non di ingabbiarla nel legalismo, trasformando il matrimonio in un «ricat­to sacrale». Le comunità concordano sul fatto che lo stato riconosca e rispetti «tut­ti i rapporti fra persone», che siano uomi­ni, donne, gay, lesbiche. Forti di una pie­na fiducia nell'amore umano e di un sen­so di autentica solidarietà con l'uomo, le sue esigenze, i suoi problemi.

 

Ma non solo le comunità di base han­no il coraggio di dissentire dalle odierne strategie dei vertici ecclesiastici. Don Fabio Corazzina, responsabile nazionale di Pax Christi, sottolinea: «E' giusto che la chiesa difenda l'istituzione del matrimo­nio come sacramento, segno dell'amore di Dio nel mondo. Ma non condividiamo l'approccio scelto (ad esempio dal quotidiano della Santa Sede) in questo caso: lanciare accuse, scagliarsi contro qualcuno che fa un scelta diversa dalla nostra di cristiani, non è la nostra via, non è lo stile di testimonianza evangeli­ca». E aggiunge: «In uno stato laico è op­portuno che il legislatore tenga conto di tutti i cittadini, che tuteli la dignità di tut­ti gli esseri umani. Prendendo atto di al­cuni situazioni di fatto, come quella del­le coppie conviventi». La chiesa e lo sta­to, insomma «devono operare insieme per il ben comune», evitando «i giudizi sommari e violenti».

 

A tenere banco è anche il tema dell'eu­tanasia, legato al caso di Piergiorgio Wel­by, che sommuove nel profondo le coscienze dei fedeli cattolici. In una lettera aperta a Welby i cristiani di base afferma­no: «Riteniamo che sia giusto e umano che tu possa concludere in pace, con l'at­tenzione affettuosa della comunità civi­le, la tua esperienza di vita, senza che nei tuoi confronti si eserciti un accanimento non rispettoso della tua dignità». Dicen­do a chiare lettere: «In nome di nessuna religione o ideologia si può costringere, in una condizione così drammatica, la tua libertà di scelta, che noi rispettiamo profondamente». Anche in questo caso, una presa di posizione netta e coraggio­sa, totalmente controcorrente e che ap­pare più laica di alcune correnti di pen­siero non cattoliche del nostro paese.


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