Il messaggio di Benedetto XVI per la XV Giornata mondiale del malato, che verrà celebrata l’11 febbraio 2007 a Seul (Corea del Sud), pone una particolare attenzione ai “malati incurabili”: oltre quattro quinti del testo sono dedicati a “chi sta morendo”, “coloro per i quali non sono disponibili cure mediche”, “molti dei quali sono terminali”.
In realtà , la Giornata mondiale del malato è sempre stata piuttosto – e fin dalla sua prima edizione – la Giornata mondiale del malato terminale, un’occasione per ribadire che la Chiesa non intende limitare al viatico e alla estrema unzione la sua carità , ma si sente chiamata a seguire “l’esempio del Buon Samaritano” lungo tutta la parabola del malato destinato a morte certa, che non è parabola coincidente con quella del malato che dall’intervento del soccorritore possa trarre vittoria sulla malattia.
Tutto ciò è legittimo, ma per seconda o terza intenzione rispetto a ciò che muove la carità del Buon Samaritano: quella che mira alla salvezza dell’anima, disperando della sorte del corpo che la ospita.
Si può dire “disperando”? In realtà , no. E per due ottime ragioni: interpretato dalla Chiesa di Roma, il Buon Samaritano crede nella resurrezione della carne e dunque il corpo non è mai del tutto perso; la salute dell’anima, inoltre, vale assai più di quella corporale, ma non vi entra mai davvero in conflitto, perché ciò che fa bene all’anima fa sempre bene pure al corpo – sono finiti i tempi delle autoflagellazioni, via, e poi anche quelle, chissà , chi può mai dire?
“Per seconda o terza intenzione”, dicevo. Intendevo dire: i “malati incurabili”, “molti dei quali sono terminali”, hanno bisogno di cure per la salute della loro anima, affinché essa esca guarita dalla perdita della sostanza corporale, che è peraltro recuperabile con adeguata operazione mediante fede nel dogma della resurrezione della carne.
Ma, dicendo “per seconda o terza intenzione”, intendevo anche evocare – in allegoria – le modalità di guarigione di una ferita: “per prima intenzione” è la guarigione di una ferita i cui bordi non abbiano subito perdita di sostanza; “per seconda intenzione” è quella in cui la ferita guarisce anche se questa perdita c’è stata; la guarigione “per terza intenzione” è quella chirurgicamente facilitata cruentando e medicando i bordi della ferita (per esempio, nei casi di complicanze settiche).
In questa allegoria, che sviluppa la parabola evangelica, il Buon Samaritano soccorre un corpo solo perché questo ospita un’anima, la cui salute è il primo scopo. Scopo che, in altri tempi, il Buon Samaritano non ha esitato a ritenere prioritario rispetto a quello della salute del corpo, e da doversi perseguire con determinazione anche contro quella: quando non si elogiava l’autoflagellazione, si elogiavano altre forme di mortificazione corporali, spesso assai bizzarre, dal ridicolo al grottesco, quasi che pure la manutenzione ordinaria della carne potesse distrarre dalla solerte cura da dedicare alla salute dell’anima, gracilissima per le tante aggressive tentazioni che indubbiamente le vengono proprio da (e attraverso) la carne, “della quale [Dio] approva la mortificazione, della quale apprezza le sofferenze” (Tertulliano, De resurrectione carnis, 9).
E’ per seconda o terza intenzione – e a questo punto dovrebbero esser chiare quali – che la Chiesa di Roma è legittimamente chiamata al capezzale del morente quando nell’agonia s’ode l’urlo della carne, orrido anche quando silente. Non si può prendere in cura un’anima, senza dover tenere bene sotto controllo il corpo, la carne dell’uomo in agonia.
Infatti, sempre con Tertulliano, “la carne è il cardine della salvezza. […] Se l’anima diventa tutta di Dio è la carne che glielo rende possibile! La carne vien battezzata, perché l’anima venga mondata; la carne viene unta, perché l’anima sia consacrata; la carne viene segnata della croce, perché l’anima ne sia difesa; la carne viene coperta dall’imposizione delle mani, perché l’anima sia illuminata dallo Spirito; la carne si nutre del corpo e del sangue di Cristo, perché l’anima si sazi di Dio!” (ibidem, 8).
E la malattia? “La malattia – dice Benedetto XVI in questo suo messaggio – porta inevitabilmente con sé un momento di crisi ed un serio confrontarsi con la propria situazione personale”, e questo è vero, vale per un leggero mal di denti e per un cancro all’ultimo stadio.
Sua Santità avrebbe fatto bene a non fare confusione tra il mal di denti che ci fa sbottare “fa male da morire” e il cancro all’ultimo stadio che ci fa morire davvero: mischiare tutto assieme è scorretto e forse non senza uno scopo retorico.
Le scienze mediche? “I progressi delle scienze mediche – dice Benedetto XVI – spesso offrono gli strumenti necessari per affrontare questa sfida, almeno per quanto riguarda gli aspetti fisici”.
In realtà , le scienze mediche spesso offrono strumenti necessari per affrontare questa sfida anche per quanto riguarda quegli aspetti che un credente non sono fisici (metafisici?), e che per un non credente sono sempre e comunque fisici.
Il dolore, per esempio. Per il credente, il dolore è parte del disegno della Provvidenza, come il piacere, anzi, che dico?, è parte forse assai più significativa della Provvidenza, perché attraverso il dolore passa la prova di Giobbe, cioè la saldezza della fede, che poi è l’unica a salvare – con l’anima – anche la carne che dovrà resuscitare. Per un non credente, il dolore è un sintomo, spesso proporzionale per intensità (ma non sempre, anzi) alla gravità dell’offesa che la malattia reca alla carne.
Un credente potrà , forse, affrontare il dolore con una forza che gli deriva da sapere che esso è una prova attraverso la quale passa la sua più piena salvezza; un non credente potrà affrontarlo armato dei più potenti analgesici, che però hanno il difetto di poter essere talvolta non pienamente efficaci nel rendere sopportabile il dolore, sicché arriva il punto in cui anche il credente, che pure non abbia disdegnato cure palliative per dare un aiutino alla fede, chieda che tutto finisca, che a tutto venga messo un termine, che lo si lasci tornare in pace “alla casa del Padre” (Giovanni Paolo II).
Cosa pensa Benedetto XVI, il quale non s’è mai trovato in una condizione del genere e nella quale sarebbe superfluo metterlo per una imbarazzante prova? Benedetto XVI pensa che “vi è l’esigenza di promuovere delle politiche che creano le condizioni in cui gli esseri umani possano sopportare le malattie incurabili e la morte in maniera dignitosa”.
E’ una frase che chiunque sottoscriverebbe, ma solo dopo aver fatto chiarezza su “condizioni” e su “dignitosa”. Ad un credente, infatti, non si potrà – né si dovrà – negare l’analgesia, nel caso che egli la chieda per aiutarsi nella prova che la Provvidenza chiede alla sua fede. Ma ad un non credente non si dovrà – né si potrà – imporre di considerare il dolore che l’analgesia non sia riuscito a vincere come una prova. Prova di cosa, se egli è – appunto – un non credente?
“Le condizioni in cui gli esseri umani possano sopportare le malattie incurabili”, dunque, non sempre sono realizzabili: esse sono, spesso, insopportabili e una “maniera dignitosa” di sopportare la morte è, spesso, in casi come questi, possibile solo affrettandola, con la sospensione delle terapie – tranne l’analgesia, per il poco che essa può ancora – e/o con l’eutanasia, che però per la Chiesa di Roma non è soluzione dignitosa.
Da una logica di tipo razionale che poggi sul principio dell’autodeterminazione, deriverebbe che un malato incurabile possa chiedere l’eutanasia, se non credente, e un prete che l’assista, se credente. Ma la Chiesa di Roma non vede di buon occhio la logica di tipo razionale e men che meno il principio di autodeterminazione, sicché per bocca del suo Pastore sottolinea “il bisogno di maggiori centri per le cure palliative che possano offrire una cura integrale, offrendo al malato l’assistenza umana e l’accompagnamento spirituale di cui hanno bisogno”, senza fare distinzione per credenti e non credenti, e per giunta con lo strafalcione di mettere accanto a “malato” – al singolare – un verbo coniugato al plurale – “hanno bisogno” – e questo sarebbe l’intellettualone osannato dai Pera e dai Ferrara.
Si tratta della logica del Logos che sta “apud Deum” (Gv 1, 1), anzi, che si identifica con Lui, volendo bere dal mestolo che attinge al calderone in cui la Chiesa di Roma ha cucinato il vangelo di Giovanni insieme alla filosofia tardo-ellenistica.
Col massimo rispetto, non parrebbe del tutto sensato voler convincere un moribondo che i dolori contro i quali l’analgesia possa poco o nulla siano in realtà nella specie della Provvidenza, se egli non è un credente; come, d’altra parte, non parrebbe del tutto sensato risparmiare questa prova al credente con l’eutanasia contro la sua volontà , se egli voglia mantenersi obbediente al principio che l’eutanasia è sempre peccato. Mentre chi è a favore dell’autodeterminazione dell’individuo non si sognerebbe mai di imporre l’eutanasia a tutti “coloro per i quali non sono disponibili cure mediche”, chi è contrario ad essa vorrebbe negarla anche a “chi sta morendo” in mezzo a dolori incoercibili e – se la fede manca – del tutto inutili, atrocemente superflui. Bisogna decidere se affidarci ad una logica di tipo razionale o consolarci con il minestrone di cui sopra.
Il mestolo ci è offerto da Benedetto XVI: “Abbiate fiducia che le vostre sofferenze, insieme a quelle di Cristo, saranno di beneficio per la Chiesa e il mondo”. Con quale mancanza di delicatezza si può spingerlo alle labbra di chi soffre, non ce la fa più, vuol morire – vorrebbe poterne vedere riconosciuto il suo diritto?
Gli si risponde: “La vita è un dono”. E allora perché non può farne ciò che vuole? E’ un prestito ad usura, eventualmente.
Ma, poi, per finire, sia lecita una considerazione che solo apparentemente potrà sembrare frivola: l’aggettivo “terminale”, ancor più se sostantivizzato, suona malissimo sulle labbra di chi s’è dichiarato nemico giurato della cultura moderna, è un uso della lingua che cosifica l’uomo riducendolo alle sue funzioni. O almeno così direbbero i Pera e i Ferrara, sempre pronti ad individuare nella lingua il primo sintomo di ogni inquinamento della ragione umana. “Sono terminali”: via, chi si esprime in questi modi?