L'impiccagione di Saddam a Bagdad si è rivelata un avveniÂmento doppiamente scandaloso, innanzitutto per la scena in se stessa, e successivamente per la reazione innescata nell'opinione pubblica occidentale, in particoÂlare in Italia. Per affrettare l'eseÂcuzione, il primo ministro Nuri Kemal al-Maliki ha aggirato una legge che richiedeva l'approÂvazione di altri due leader politiÂci, e un'altra ancora che prescriÂveva di attendere che fosse traÂscorsa una festività sunnita: in poche parole, aggirando la legaliÂtà stessa.
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Si è venuto a sapere inoltre che i boia, che hanno insultato il condannato a morte, erano membri della milizia di Moqtada al Sadr, da diverso tempo a capo degli squadroni della morte che massacrano i sunniÂti, per vendicare i massacri messi a segno dai sunniti nei quartieri sciiti. Di conseguenza l'esecuzione di Saddam si è rivelata odiosa sotto ogni punto di vista. E' stata una condanna a morte eseguita da uno Stato fallimentare o sull'orlo del baratro, uno Stato che non è riuscito neppure ad arrogarsi il monopolio delÂla violenza, come dimostra il ruolo svolto dalle miliÂzie di al Sadr. La violenza di piazza è sempre squalliÂda e ripugnante, ma la violenza di piazza che si fregia del nome di Stato democratico è ancora peggiore.
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Eppure, la reazione avvenuta in altre parti del mondo è anch'essa spaventosa. In Europa occidentaÂle, e non solo qui, l'opposizione alla pena di morte — alla pena in se stessa, non al metodo di esecuzione — è diventata uno strano feticcio. Anziché contribuire alla formazione di una coscienza morale, l'opposizioÂne alla pena di morte è diventata un ostacolo allo sviluppo della coscienza morale. L'indignazione per la morte ingiusta di un singolo individuo è riuscita a bloccare l'indignazione davanti alla morte di migliaÂia di esseri umani anonimi. La dittatura baathista in Iraq, tra le più sanguinose della storia moderna, preÂse inizio con impiccagioni di massa a Bagdad nel 1969, soprattutto di ebrei iracheni, accusati di essere agenti sionisti. Il successivo sterminio dei Curdi nel 1988 si lasciò dietro 180.000 morti. Sepolture di masÂsa vengono alla luce regolarmente. Si parla di 300.000 iracheni scomparsi, e a questi si aggiungono i morti iraniani causati dalla guerra scatenata da SadÂdam contro l'Iran, i morti kuwaitiani, il sostegno agli attentatori suicidi in Palestina e gli attacchi missiÂlistici contro Israele nel 1991. E che tipo di reazione hanno scatenato questi innumerevoli crimini a livelÂlo mondiale?
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Le più grandi manifestazioni nella storia mondiaÂle si sono svolte nel febbraio del 2003, non per denunÂciare questa mostruosa tirannide, bensì per impedire che questa mostruosa tirannide venisse rovesciata. Oggi assistiamo a un nuovo fremito di orrore, ma non per i combattimenti e i massacri tuttora perpetrati dal partito Ba'ath di Saddam e dalle varie orgaÂnizzazioni che gli sono succedute in Iraq, bensì per la messa a morte del tiranno. 1 più nobili sentimenti di altissima moralità sono suscitati dalla figura di un dittatore sanguinario: questo fenomeno non è nuoÂvo nella storia moderna, ma oggi ne abbiamo sotto gli occhi una nuova e straordinaria versione. E non è difficile capire quanto sia costata all'Occidente tanta indignazione contro gli oppositori di Saddam. PerÂché, infatti, il nuovo stato democratico in Iraq si è dimostrato così traballante e inaffidabile? Non è forÂse perché gli iracheni che lottavano contro Saddam non hanno mai ricevuto un sostegno adeguato, né dagli Stati Uniti, né da nessun altro nel resto del monÂdo? Lo Stato iracheno è caduto nelle mani delle miliÂzie assassine perché la coalizione internazionale non ha mai saputo assicurare al popolo iracheno la sicuÂrezza di cui aveva così disperatamente bisogno. Ed ecco il risultato, in questa esecuzione infamante.
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Tuttavia la reazione più strana e agghiacciante è certamente quella dell'Italia, e questo perché il fasciÂsmo italiano è tornato nuovamente in discussione duÂrante tutto il processo a Saddam. E' vero che il partiÂto baathista si richiama piuttosto al nazismo e allo stalinismo che non a Mussolini, sotto il profilo ideoloÂgico. (L'ispiratore di Saddam nel Ba'ath, Michel Aflaq, era il traduttore arabo di Alfred Rosenberg, il teorico del nazismo). Eppure, anche Mussolini ha ispirato il Ba'ath. Il processo a Saddam ha preso avÂvio sul finire del 2005 e quando il primo testimone è stato introdotto davanti alla corte, il 6 dicembre del 2005, Saddam si è messo a urlare: «Io sono Saddam Hussein! Come ha fatto Mussolini, bisogna resistere all'occupazione fino alla fine, questo è Saddam HusÂsein!» Il processo è terminato sullo stesso tono. Il 5 novembre 2006, Saddam è stato condannato all'imÂpiccagione e il primo ministro al-Maliki è apparso in televisione, per rivolgersi al popolo iracheno con queÂste parole: «L'era di Saddam Hussein da oggi apparÂtiene al passato, come l'era di Hitler e Mussolini».
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Mussolini all'inizio e alla fine del processo: che cosa ci rivela tutto questo? Dovrebbe rivelarci che in Iraq la gente, come Saddam e il primo ministro al-Malìki, sa benissimo di avere a che fare con trageÂdie e orrori che non sono esclusivi alla loro nazione, e con un movimento che ha preso origine e nome in Italia: il fascismo. Ma il fascismo iracheno non ha mai suscitato indignazione nel resto del mondo. Solo gli errori e l'incompetenza dell'antifascismo in Iraq hanno sollevato sdegno a livello mondiale.
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Le vergognose immagini dell'impiccagione di SadÂdam devono farci rabbrividire dall'orrore davanti a uno Stato incapace, davanti alla violenza di piazza e davanti a quello che potrebbe davvero trasformarsi nel fallimento finale dell'intervento contro Saddam. Ma le scene d'indignazione che hanno accolto l'eseÂcuzione di Saddam dovrebbero anche farci rabbriviÂdire dall'orrore davanti all'incapacità della nostra soÂcietà di riconoscere i movimenti fascisti per quello che sono realmente, davanti alla moderna cecità per il crimine del genocidio. Quali fattori hanno consenÂtito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato? Oggi stesso vediamo uno di questi fattori in azione: provare indignazione per reati minori e restare ciechi davanti a reati magÂgiori, mentre ci si congratula per la propria superioriÂtà morale. Queste persone credono di avere la «coÂscienza a posto», ma in realtà si tratta di una «coÂscienza falsa».
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