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Pannella scardina il silenzio stampa
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• da La Stampa del 12 gennaio 2007, pag. 3
Dalla fabbrica (del proÂgramma) alla Reggia (di Caserta), in pochi mesi la lotta di classe di Romano ProÂdi trova un rapido e naturale compimento. Forse un compiÂmento all'incontrario, ma riuÂnirsi per discutere di riforma delle pensioni - e magari di salaÂri e precariato - nel tempio del feudalesimo borbonico, sembra restituire il senso eterno del poÂtere. Che poi si intuisce a cielo aperto, nella centrale via TrieÂste, dove dopo le 14 arrivano i ministri e i segretari di partito convocati al conclave, tre o quattro automobili per leader, e ogni sbarco intasa la strada e l'ingorgo, non soltanto istituzioÂnale, si allunga e si fa sentire con frastuono di clacson.  Va così, oggi. E' parata di stelle e torre d'avorio. I croniÂsti e i cittadini se ne stanno dalÂl'altro lato della via, o dietro alÂle transenne, a guardare queÂsto viavai da croisette della poÂlitica. Ci sono quelli di Legambiente, tute gialle e slogan sull'energia pulita. Dovrebbero inÂscenare la contestazione massiÂmalista, ma presto prevale il brivido perché le star spuntaÂno in carne e ossa, e magari saÂlutano e sorridono, o persino atÂtraversano la strada per strinÂgere le mani tese. Lo fa, per esempio, Francesco Rutelli, sublime principe ereditario. BlanÂdisce gli ambientalisti, poi, atÂtorniato dai cameramen - moÂderni popolani in rivolta contro i cordoni di sicurezza - dice: «E' molto importante questa riuÂnione. E' la prima volta che il Consiglio dei ministri (previsto per stamane, ndr) si svolge fuoÂri Roma, e in mezzo alla genÂte». E dunque si infila nella seÂde del vertice, picchettata dai gendarmi e preclusa al resto del consorzio umano.  Il tg regionale, all'ora di pranzo, parla di straordinarie misure di sicurezza e sarà così, ma quantomeno le pattuglie disseminate ogni duecento metri, e schierate secondo tecniche altamente scenografiche, funzioÂnano come i sassolini di Hà nsel e Gretel per individuare la strada giusta. Dopo di che ai croniÂsti viene riservata un'ala nobiÂlissima della Reggia, attrezzata con strumentazioni forse alÂl'avanguardia nella seconda metà del Settecento, quando il paÂlazzo venne completato. PazienÂza. E, anzi, intorno alle 13 è RoÂmano Prodi in persona ad appaÂrire in sala stampa per il sopralÂluogo, e accompagnato dalla faÂmose massime autorità , riconoÂscibili per lo sberluccichìo delle medaglie intonate coi lampadari di cristallo a goccia. I presenÂti - questione di strategia poliziesca - sono pregati di guardaÂre da dietro il cordone color porpora. Prodi, con puntiglio berlusconiano, dispone le miÂgliorie («leviamo quei cosi di plastica bianca») e ammira dal balcone il parco regale.  L'ultimo contatto con i cavaÂlieri della tavola rotonda è regiÂstrato intorno alle 14,15. Il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, e il miÂnistro delle Politiche sociali, Paolo Ferrero, escono da un bar scelto con lapsus inciucista: è il «Gran Caffè Margherita». Poi sarebbe stata una lunga autoseÂpoltura dorata, non fosse stato per il sacrilego colpo democratico di Marco Pannella. Ci aveÂva pensato tutta notte, il Gran Capo Bianco radicale, e di buoÂnora aveva suonato la sveglia ai tecnici di Radio radicale. Così, al momento giusto, Pannella ha chiamato la radio e la radio lo ha messo in diretta. Il resto l'ha fatto il destino, e le prime paroÂle di Prodi, destinate alla secretazione nobiliare e invece planeÂtariamente diffuse, sono state: «Dobbiamo parlare al Paese». Il Paese era lì pronto ad ascolÂtarlo, infatti. Ma qualche zelanÂte, da fuori, si è rivestito da spia. Più tardi, Pannella ricorÂderà : «Ho visto Silvio Sircana (portavoce di Prodi, ndr) agitarÂsi e dire qualcosa, ma sono vecchio e sordo, e poi tutti si sono agitati, e bisbigliavano fra di loÂro. Ma Radio Radicale ha traÂsmesso clandestinamente i laÂvori del Parlamento fra il '76 e il '78, e da allora le tv e la demoÂcrazia sono tornate nelle CameÂre». In diretta si è sentito AntoÂnio Di Pietro impegnare il suo tono più autoritario: «Spegni quell'aggeggio!». Pannella gli ha risposto con un omaggio alla terra ospitante: «Di Pietro, non fare il poliziotto, statte accuorto...». Fine della trasmissione. I sette minuti dell'introduzione prodiana, del tutto trascurabili dal punto di vista della ciccia -un'elencazione di propositi sulÂlo sviluppo e la crescita - avevaÂno però dato del lavoro ai notiÂsti delle agenzie di stampa, fin lì ridotti a dettagliare sul pulmiÂno del dottor Cirillo, distributoÂre di preservativi gratuiti. La polizia è entrata in forze nella campana di vetro a perquisire i portavoce e a controllare dieÂtro ai posacenere, caso mai ci fossero microfoni o microspie. Fatica inutile, l'unico col senso della misura e della goliardia era Pannella. «E' la democraÂzia, bellezza», ha detto MassiÂmo D'Alema a Prodi, bofonÂchiante per l'ira. Il silenzio e la distanza sono nuovamente calaÂti sullo sfarzoso tempio del feuÂdalesimo borbonico, e tutto il mondo fuori, col naso all'insù.
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