Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
gio 02 set. 2010
  cerca in archivio   RASSEGNA STAMPA
Pannella scardina il silenzio stampa

• da La Stampa del 12 gennaio 2007, pag. 3

di Mattia Feltri

Dalla fabbrica (del pro­gramma) alla Reggia (di Caserta), in pochi mesi la lotta di classe di Romano Pro­di trova un rapido e naturale compimento. Forse un compi­mento all'incontrario, ma riu­nirsi per discutere di riforma delle pensioni - e magari di sala­ri e precariato - nel tempio del feudalesimo borbonico, sembra restituire il senso eterno del po­tere. Che poi si intuisce a cielo aperto, nella centrale via Trie­ste, dove dopo le 14 arrivano i ministri e i segretari di partito convocati al conclave, tre o quattro automobili per leader, e ogni sbarco intasa la strada e l'ingorgo, non soltanto istituzio­nale, si allunga e si fa sentire con frastuono di clacson.

 

Va così, oggi. E' parata di stelle e torre d'avorio. I croni­sti e i cittadini se ne stanno dal­l'altro lato della via, o dietro al­le transenne, a guardare que­sto viavai da croisette della po­litica. Ci sono quelli di Legambiente, tute gialle e slogan sull'energia pulita. Dovrebbero in­scenare la contestazione massi­malista, ma presto prevale il brivido perché le star spunta­no in carne e ossa, e magari sa­lutano e sorridono, o persino at­traversano la strada per strin­gere le mani tese. Lo fa, per esempio, Francesco Rutelli, sublime principe ereditario. Blan­disce gli ambientalisti, poi, at­torniato dai cameramen - mo­derni popolani in rivolta contro i cordoni di sicurezza - dice: «E' molto importante questa riu­nione. E' la prima volta che il Consiglio dei ministri (previsto per stamane, ndr) si svolge fuo­ri Roma, e in mezzo alla gen­te». E dunque si infila nella se­de del vertice, picchettata dai gendarmi e preclusa al resto del consorzio umano.

 

Il tg regionale, all'ora di pranzo, parla di straordinarie misure di sicurezza e sarà così, ma quantomeno le pattuglie disseminate ogni duecento metri, e schierate secondo tecniche altamente scenografiche, funzio­nano come i sassolini di Hànsel e Gretel per individuare la strada giusta. Dopo di che ai croni­sti viene riservata un'ala nobi­lissima della Reggia, attrezzata con strumentazioni forse al­l'avanguardia nella seconda metà del Settecento, quando il pa­lazzo venne completato. Pazien­za. E, anzi, intorno alle 13 è Ro­mano Prodi in persona ad appa­rire in sala stampa per il sopral­luogo, e accompagnato dalla fa­mose massime autorità, ricono­scibili per lo sberluccichìo delle medaglie intonate coi lampadari di cristallo a goccia. I presen­ti - questione di strategia poliziesca - sono pregati di guarda­re da dietro il cordone color porpora. Prodi, con puntiglio berlusconiano, dispone le mi­gliorie («leviamo quei cosi di plastica bianca») e ammira dal balcone il parco regale.

 

L'ultimo contatto con i cava­lieri della tavola rotonda è regi­strato intorno alle 14,15. Il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, e il mi­nistro delle Politiche sociali, Paolo Ferrero, escono da un bar scelto con lapsus inciucista: è il «Gran Caffè Margherita». Poi sarebbe stata una lunga autose­poltura dorata, non fosse stato per il sacrilego colpo democratico di Marco Pannella. Ci ave­va pensato tutta notte, il Gran Capo Bianco radicale, e di buo­nora aveva suonato la sveglia ai tecnici di Radio radicale. Così, al momento giusto, Pannella ha chiamato la radio e la radio lo ha messo in diretta. Il resto l'ha fatto il destino, e le prime paro­le di Prodi, destinate alla secretazione nobiliare e invece plane­tariamente diffuse, sono state: «Dobbiamo parlare al Paese». Il Paese era lì pronto ad ascol­tarlo, infatti. Ma qualche zelan­te, da fuori, si è rivestito da spia. Più tardi, Pannella ricor­derà: «Ho visto Silvio Sircana (portavoce di Prodi, ndr) agitar­si e dire qualcosa, ma sono vecchio e sordo, e poi tutti si sono agitati, e bisbigliavano fra di lo­ro. Ma Radio Radicale ha tra­smesso clandestinamente i la­vori del Parlamento fra il '76 e il '78, e da allora le tv e la demo­crazia sono tornate nelle Came­re». In diretta si è sentito Anto­nio Di Pietro impegnare il suo tono più autoritario: «Spegni quell'aggeggio!». Pannella gli ha risposto con un omaggio alla terra ospitante: «Di Pietro, non fare il poliziotto, statte accuorto...». Fine della trasmissione. I sette minuti dell'introduzione prodiana, del tutto trascurabili dal punto di vista della ciccia -un'elencazione di propositi sul­lo sviluppo e la crescita - aveva­no però dato del lavoro ai noti­sti delle agenzie di stampa, fin lì ridotti a dettagliare sul pulmi­no del dottor Cirillo, distributo­re di preservativi gratuiti. La polizia è entrata in forze nella campana di vetro a perquisire i portavoce e a controllare die­tro ai posacenere, caso mai ci fossero microfoni o microspie. Fatica inutile, l'unico col senso della misura e della goliardia era Pannella. «E' la democra­zia, bellezza», ha detto Massi­mo D'Alema a Prodi, bofon­chiante per l'ira. Il silenzio e la distanza sono nuovamente cala­ti sullo sfarzoso tempio del feu­dalesimo borbonico, e tutto il mondo fuori, col naso all'insù.


IN PRIMO PIANO







  stampa questa pagina invia questa pagina per mail