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Giù le mani da Bollywood, il gran sogno dei disperati

• da Il Riformista del 19 gennaio 2007, pag. 1

di Anna Momigliano

Hanno colpito una stella, e per questo dovranno pagare. Chi non comprende le reazioni - in alcuni casi fisicamente violente - con cui gli indiani hanno accolto l’exploit razzista del Grande fratello inglese, non conosce Bollywood, il mondo fatato dell’industria cinematografica di Bombay che sforna ogni anni migliaia di sogni, in formato dvd, vhs e, soprattutto, in pellicola 35 millimetri, ad uso e consumo del miliardo e passa di indiani che popolano il globo. Spesso masse di diseredati, un mondo fatto di mendicanti e conducenti di risciò, che trovano nelle proiezioni dei polpettoni bollywoodiani (un paio di rupie per sei ore d’intrattenimento, posti in piedi) l’unica valvola di sfogo - fatta eccezione per il bhang, derivato economico della cannabis, spesso mischiato con oppio. Per farsene un’idea, basta andare davanti al teatro Pvr di Nuova Delhi un paio d’ora prima dell’inizio di un film, quando davanti all’entrata dei “posti economici” si formano code interminabili.  

 

Ma l’amore per le star del cinema hindi non è fatto di coscienza di classe. Bollywood è l’India, l’India è Bollywood. Dimenticate i film raffinati di Deepa Mehta che arrivano nelle sale italiane. Con i suoi sogni da poche rupie, fatti di divinità in costumi sintetici, di bulli muscolosi, di macchine da capogiro, di caste sventole in sari o tunica salwar kameez, Bollywood è ciò che permette a ogni indiano di andare avanti, che sia affaticato un conducente di risciò strafatto di bhang, o un brillante programmatore dell’industria hi-tech che lavora 12 ore al giorno. In un certo senso, Bollywood è al contempo il prodotto del miracolo economico indiano e ciò che lo ha reso possibile.  

 

Tanto rumore per nulla, avranno pensato gran parte degli occidentali, quando hanno letto sulla stampa di mezzo mondo, dell’incidente diplomatico nato tra Londra e Nuova Delhi per l’umiliazione pubblica subita dall’attrice indiana Shilpa Shetty. Roghi di pupazzi, Union Jacks calpestate, il tutto per due frasi (di pessimo gusto, certo) pronunciate da due coinquiline della Star di Bollywood nell’ennesima edizione, in versione celebrity, del Grande fratello inglese : «Non sapete dove sono state queste mani… in India mangiano con le mani», e ancora: «dovrebbe ritornare nelle baracche. Alla fine, il razzismo becero di due starlet inglesi contro una collega indiana ha prodotto reazioni paragonabili, mutatis mutandis, agli incidenti avvenuti dopo la pubblicazione delle vignette blasfeme sul profeta Maometto. Certo, la Storia ha avuto un suo ruolo: il colonialismo ha lasciato tracce indelebili sulle coscienze indiane e sentire commenti razzisti sulla rete nazionale dell’ex “madrepatria” ha riacceso in India il complesso da ex provincia dell’impero. Ma, come nell’episodio delle vignetta blasfeme, l’incidente diplomatico ruota attorno a una questione di Fede. Perché Bollywood è una religione. Lo ha capito, prima di molti altri, Salman Rushdie, scrittore maledetto del subcontinente indiano.

 

Non è un caso che il protago­nista dei Versetti Satanici sia proprio una star di Bollywood. Certo, l'opera di Rushdie è dive­nuta famosa (o notoria, a secon­do della vulgata) a causa della polemica sorta attorno ai riferi­menti sulla vita del profeta Maometto - che in realtà occu­pano un solo capitolo del ro­manzo - ed alla caricatura, a metà strada tra l'onirico e il rea­le, dell'ayatollah Khomeini. Ma la figura del protagonista Gi-breel Farishta ha un valore non meno mistico: nato da una fami­glia poverissima di Bombay, il musulmano Gibreel si arricchi­sce a dismisura impersonando il dio-elefante Ganesh per vari musical a sfondo mitologico-religioso. All'apice della sua car­riera, durante un incidente ae­reo, Gibreel si trasforma in un angelo: nomen omen, visto che Gibreel è l'equivalente di Ga­briele. Come a dire che l'ange­lo dell'Annunciazione, reden­tore delle favelas di Bombay, ha scelto i maxischermi di Bol­lywood come strumento di comunicazione prediletto.

 

Bollywood è una religione, si diceva, e come tutte le religio­ni, se sfruttata in modo impro­prio, può rivelarsi uno strumen­to pericoloso. Ne sa qualcosa il vicepremier inglese Gordon Brown, che si è trovato nel bel mezzo di Nuova Delhi quando è scoppiato l'incidente diplo­matico, e ne sanno qualcosa i produttori di Bollywood, che devono stare molto attenti a tutto ciò che mandano in onda. Già, perché i lungometraggi melensi girati a Bombay sono pur sempre visti da centinaia di milioni di persone e, quando in­fastidiscono qualcuno, la fac­cenda rischia di farsi molto se­ria. Prendiamo l'esempio di un film d'avventura dalla trama apparentemente innocua: Jungle (Bombay, 2000) racconta la storia d'amore di due giovani che cadono l'una nelle braccia dell'altro quando sono rapiti da un feroce brigante della giungla indiana. Dalla paura nasce una commovente storia d'amore tra suspence, inseguimenti di tigli, lacrime e persino qualche bal­letto. Più soft di così. E invece no, perché l'ingenuo regista per elaborare il cattivone del film, ha avuto la malaugurata idea di ispirarsi a una figura reale: il leggendario brigante-guerri­gliero Koose Muniswamy Veerappan, re della giungla per ol­tre 10 anni. Ora, in India anche i briganti vanno al cinema e, quando ha visto il film, Veerappan non ha gradito il modo in cui è stato raffigurato. E per ri­picca ha rapito una parte del ca­st. Alla fine, la faccenda è stata risolta senza spargimento di sangue (ma con lo spargimento di milioni di rupie), ma sarebbe potuta andare molto peggio: al tempo Veerappan vantava al­l'attivo più di 200 omicidi.

 

Bollywood, infine, è anche coscienza politica. Soprattutto in Occidente, dove l'immensa diaspora indiana (definita non a caso «Bollystan») vede nei so­gni del cinema hindù uno strumento di riscatto dalla povertà e dall'alienazione. Non importa se uno vive in India, in Inghilterra o in Canada; se è induista, musulmano zoroastriano o sikh, Bollywood è insieme consola­zione e rivincita degli esclusi e dei sans papier. Un sentimento a metà strada tra la rivalsa e la nostalgia di casa che ha anche ispirato una canzone qualche anno fa molto popolare in Ita­lia, dedicata alla star di Bol­lywood Asha Bosle: «Non ci im­porta delle minacce del gover­no, o delle barriere che costrui­scono per tenerci fuori», recita­va una canzone dei Cornershop, «lei, Asha Bosle, mantiene in vi­ta il nostro sogno».  

 

 

 

 



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