Nella Svizzera dove tutto è possibile, anche il diritto a suicidarsi, una sentenza del tribunale federale (la massima autorità giudiziaria elvetica) apre una porta finora mai aperta nel dibattito sull'eutanasia: quella della malattia mentale. Il tribunale ha infatti ammesso, in linea di principio, che «le persone sofferenti di problemi psichici o psichiatrici possono ugualmente beneficiare dell'assistenza medica al suicidio».
Una sentenza, su una materia delicatissima, che rischia di confondere non poco le acque di una materia che, in terra elvetica, è sì parzialmente liberalizzata, ma la cui normativa affonda le fondamenta in un principio basilare: la manifestazione della volontà (e la relativa capacità d'intendere e dunque volere) del paziente. Chiara, dunque, la contraddizione che viene a crearsi tra il diritto del malato psichico o psichiatrico a non essere discriminato e la sua incapacità che lo esclude a priori da un percorso basato proprio sulla capacità dell'individuo di esprimere la propria volontà di morire. Non a caso, nella stessa sentenza, il tribunale federale svizzero ha adottato un'altra misura che «rifiuta in maniera categorica» la possibilità che pazienti individuali o le organizzazioni Exit e Dignitas (composte da volontari che praticano il suicidio assistito) possano ottenere senza ricetta medica il pentobarbital di sodio, la sostanza maggiormente utilizzata nelle procedure di assistenza al suicidio.
La pronuncia del tribunale federale segue un'intricata vicenda che ha per protagonista un malato con manie depressive che, dopo due tentativi di suicidio falliti, aveva chiesto all'associazione Dignitas di essere aiutato a morire. In quel caso, però, nessun medico interpellato accordò la ricetta per acquistare il veleno, tanto che il maniacodepressivo, per suicidarsi, adì le vie legali.
Prima si rivolse alle autorità del Canton Zurigo, chiedendo che l'associazione potesse ottenere la sostanza letale senza ricetta medica. Di fronte alla prima risposta negativa, l'uomo ha presentato un regolare ricorso al tribunale federale che, pur respingendo fondamentalmente la sua richiesta, si è ritrovato a riconoscere un diritto più generale: riferendosi alla convenzione europea per i diritti umani, i giudici federali hanno sentenziato che il diritto a darsi la morte debba essere garantito a qual-siasi cittadino. Malati psichici o psichiatrici compresi. E che a decidere, alla fin fine, debbano essere i medici che rilasciano la ricetta per il veleno. Ma come stabilire la reale volontà di un paziente che, in molti casi, è afflitto da una patologia che attiene proprio al suo raziocinio? Nella pratica, dunque, la patata bollente passa ai sanitari. E i giudici elvetici hanno sottolineato l'importanza dell'autonomia nell'espressione della volontà di morire del paziente. Che per essere certa, in caso di malato di mente, dovrà essere quantomeno avallata da una perizia psichiatrica. Perché da un recente studio, citato proprio dalla corte federale, finora nel suicidio assistito i fattori sociali o psichiatrici sarebbero stati sottovalutati.