Gli scettici dicono che non se ne farà nulla, che l’opposizione è lenta, impacciata, impaniata, e dunque il crollo suicida del governo, che con la bocciatura ripetuta della politica estera e di difesa ha inferto un colpo mortale alla credibilità dell’Italia nel mondo, non porterà come sarebbe serio al voto, a una nuova maggioranza, solida, e a un nuovo governo. Chissà . Forse hanno ragione. Siamo sempre gli stessi, c’è il problema della pensione dei parlamentari, c’è la vischiosità delle relazioni tra i partiti, ci sono gli incroci e le convergenze d’interessi fra i molti leader centristi, con i voti e senza i voti, ma sempre con molti posti a disposizione per l’oggi e per il domani, insomma non siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica, ma direttamente alla Quarta Repubblica francese, a una logica di impotenza decisionale, di rinvio, di deresponsabilizzazione generale, senza nessun De Gaulle che ci salvi dal ridicolo. Può essere che con un rinvio alle Camere questo boccone velenoso venga digerito, e poi si ricomincerà  come prima. Può essere che si accenni a un governo istituzionale per rifare la legge elettorale, insomma che si ricorra a uno dei tanti trucchi politicanti che hanno trasformato la nozione di governo in barzelletta. Ma non è detto. Quel che è accaduto è enorme. Sono caduti molti governi in Italia. Per la scuola privata, per le baruffe tra comari, per la tv a colori, per mille altri motivi e sgambetti e incidenti di percorso, ma il rigetto della politica estera e di difesa, cioè dell’essenza della politica e dello status di un governo nel mondo, è una novità assoluta, una testimonianza estrema di debolezza del sistema istituzionale e di comando, un colpo da brivido al senso delle istituzioni che in fondo alla testa e al sentimento anche al più cinico dei politicanti un posticino dovrebbe averlo mantenuto. La legge dell’interesse nazionale e della leadership, quella vera, richiederebbe questo. Che Berlusconi non si facesse legare dalla solita rete politicante, che gli ha fatto perdere le elezioni e lo ha costretto spesso a governare al ribasso, e mettesse in chiaro che alla mediocre danza intorno a una maggioranza morta lui non ci sta. Elezioni subito per riscattare un voto che ha stordito le istituzioni e avvilito la Repubblica, e se per caso il Quirinale o parte della maggioranza avessero un’idea seria di grande coalizione o di governo del presidente con una nuova maggioranza, cosa allo stato dei fatti assai difficile, perché non preparata alla luce del sole e del confronto politico, che avanzino loro una proposta sulle rovine del centrosinistra a nemmeno un anno dal voto dell’aprile scorso. La legge dell’interesse nazionale e della leadership imporrebbe una riflessione seria a Giorgio Napolitano, che conosce la politica e dunque sa bene come i rammendi rischino di risultare, in uno specifico caso come questo, una maggioranza formale che non è una maggioranza sostanziale, la peggiore delle apparenti soluzioni. Il rinvio del governo alle Camere sarebbe un ritornello satirico, si proporrebbe agli italiani di credere a una fiducia della fiducia della fiducia, dopo le due bocciature su Vicenza e sull’ampia esposizione del ministro degli Esteri, ieri, in Senato. Il capo dello stato ha il potere di sciogliere le Camere, e in questo caso avrebbe il dovere di esercitarlo senza tentennamenti, per ragioni ovvie. Quanto a Prodi e D’Alema, di nuovo congiunti in un abbraccio suicida il cui prezzo politico è tutto a carico del paese che pretendono di governare senza i numeri e senza una iniziativa politica e parlamentare capace di superare l’inesistenza della maggioranza, la loro leadership e la loro cura dell’interesse nazionale si vedrebbero nel momento in cui accettassero il nuovo appello al paese e costruissero una vera coalizione di governo, fondata su un vero partito di governo e su un vero programma elettorale che escluda gli sfasciacarrozze. Oppure che si prendano la responsabilità  di indicare una soluzione nuova, radicalmente nuova, ciò che suggerimmo subito dopo il voto, consapevoli che quel risultato, numericamente e politicamente, non aveva espresso un mandato chiaro e aveva diviso il paese esattamente a metà , mandando al governo i vincitori perdenti e lasciando all’opposizione i perdenti vincitori. C’è da sperare che coloro i quali hanno ancora la testa sulle spalle, e che guardano senza faziosità ma anche senza indulgenza alla realtà della politica italiana, alzino la voce e blocchino la deriva scettica, la derubricazione di un dramma parlamentare permanente a banale incidente di percorso. Non è stato respinto un emendamento alla legge di bilancio, non c’è stata una marachella di un gruppetto di parlamentari protetti dal voto segreto, i famosi franchi tiratori con cui hanno convissuto per decenni i governi della prima Repubblica, c’è stato un quasi incredibile vuoto di consenso al governo italiano sulla definizione delle ragioni primarie per cui un governo si legittima. Un disastro da riscattare, non una bua da impecettare. Â