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Il fascismo islamico in casa
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3 aprile 2007
di Federico Punzi
Apprezzabile la puntata di Annozero sull'integralismo islamico nel nostro paese. Per una volta possiamo spendere un "bravo" per Michele Santoro, che ha mostrato al pubblico, seppure con i suoi consueti toni faziosi e i suoi schemi banalizzanti, fenomeni ampiamente e gravemente comuni, ma invisibili, nel nostro paese, sui quali colpevolmente non vogliamo aprire gli occhi. Ancora più opportuno che sia stato proprio Santoro ad occuparsene, visto che a rimanere chiusi sono soprattutto gli occhi di certa sinistra, quella più affezionata alle sue trasmissioni.
Storie di donne picchiate e segregate dai mariti, di imam che in moschee di fortuna incitano alla guerra contro gli occidentali e alla sottomissione delle donne.
Uno spaccato che corrisponde in pieno al ritratto dell'islam in Italia che veniva fuori da un film di qualche tempo fa, "Il mercante di pietre" (2005), di Renzo Martinelli. Dobbiamo ammetterlo, seppure a nostro avviso il film fosse piuttosto scadente come prodotto cinematografico. Le telecamere nascoste di Santoro hanno ripreso inquietanti scene di predicazione praticamente identiche, nella scenografia e nei contenuti, a quelle mostrate da Martinelli.
Nonostante ciò, è come se gli immigrati islamici nelle nostre città fossero trasparenti. Non li vediamo, non ci accorgiamo della loro presenza, ma ci sono. Per lo più lavorano, hanno mogli e figli, qualcuno delinque (magari fosse questo il problema), vanno in moschea, pregano, sviluppano delle idee, una concezione di se stessi e del paese in cui vivono. Tutto questo vissuto rischia di cadere sotto il controllo idelogico di imam integralisti, di restare per anni in ebollizione, come in una pentola a pressione, in "enclave" di cui ignoreremo l'esistenza finché da esse non nascerà chi un giorno si farà saltare in un vagone della metropolitana.
E' in corso sotto i nostri occhi, e sotto quelli delle autorità , una incessante erosione di fette di legalità . Troppo spesso infatti, la convivenza con le comunità islamiche all'interno delle nostre società è divenuta connivenza con una legalità , parallela a quella statuale, che impone violenze, brutalità , sottomissione.
E' sul corpo delle donne, ripete da tempo Adriano Sofri, che si sta combattendo. Nella loro condizione è la differenza «essenziale fra società islamiche e occidente». La libertà delle donne «non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano». I nemici dell'occidente lo sanno bene, «gli occidentali se ne accorgono meno». Lo sa Souad Sbai, la combattiva presidente dell'Associazione donne marocchine, la Hirsi Ali italiana: «In Marocco le donne conoscono la nuova legge della famiglia ma le donne marocchine in Italia non la conoscono, non conoscono i loro diritti... Il maschilismo impera. Per queste donne qualcosa bisogna fare subito».
Non solo in Europa, le cronache ci dicono che anche in Italia vigono fatwe e sharia. La legge coranica è de facto tollerata come fonte di diritto e il clero islamico come referente giuridico di ciò che i musulmani possono fare o meno, regalando loro un potere che abbraccia la sfera della rappresentatività religiosa e politica che giustamente rifiutiamo alla Chiesa cattolica, contestando con solerzia ogni suo sconfinamento.
Abbiamo il fascismo islamico in casa. E permettere ai fascisti islamici di fare propaganda, istigazione all'odio razziale e religioso, fare proseliti, non ha nulla a che fare con la libertà d'espressione. Occorre esserne consapevoli e muoversi. Senza allarmismi, ma senza voltarsi dall'altra parte. Senza misure repressive, né cedimenti multiculturali, ma garantendo agli individui, singolarmente presi, e soprattutto alle donne e alle bambine musulmane, i loro diritti, anche e soprattutto a dispetto della propria cultura di provenienza. A partire dalla proibizione del velo nei luoghi pubblici e soprattutto nelle scuole.
Anziché integrare individui abbiamo finora cercato di integrare comunità , chiudendo un occhio su legalità parallele alla nostra che venivano creandosi al loro interno e concedendo loro, di fatto, forme di extra-territorialità . Occorre recuperare la dimensione dell'individuo come soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica.
Una questione, davvero cruciale del nostro tempo, su cui il silenzio dei radicali è assordante. Perché è una questione italiana e allo stesso tempo europea ed occidentale, è una questione sociale e di diritto, di sicurezza e di integrazione, di politica interna ed estera, di legalità democratica e di laicità da far valere e rispettare anche nei confronti dell'islam, in modo altrettanto rigoroso di quanto siamo stati disposti e siamo disposti ancora a fare con la Chiesa cattolica.
P.S. Scusate, se per me le discriminazioni che subiscono alcune razze di cani in Italia vengono dopo, molto dopo tutto questo.
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