Dopo aver ordinato ai provveditorati di eseguire il censimento «a fini statistici» delle ragazze incinte nelle scuole e di essersi battuÂto per inserire nella costituzione la messa al bando — bocciata in parlaÂmento — dell'aborto, l'ultracattolico ed omofobo ministro dell'istruzione Roman Gyertich scende in guerra conÂtro gli omosessuali. Se passerà la legÂge che approderà presto alle aule parÂlamentari, gli insegnanti che confesseÂranno di essere gay o «qualsiasi altra deviazione sessuale» rischiano una duÂra sanzione, il licenziamento o addiritÂtura la prigione.
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Vicepremier, Gyertich è il leader delÂla Lega delle famiglie polacche, una formazione ultranazionalista e xenofoba, in rovinosa caduta di consensi, che Jaroslaw Kaczynski mantiene nelÂl'esecutivo, assieme al populista Lepper, perché non ha altri alleati con cui governare. Il padre, Maciej, europarlamentare, ha pubblicato un pamphlet antisemita che ha scatenato una paio di mesi fa le ire di Bruxelles. La Lega ha lanciato la sua crociata morale: evangelizzare l'Europa a colpi d'intolÂleranza. Il suo braccio giovanile, la Gioventù Polacca, quando scende in piazza urla: «Eutanasia per i gay, caÂmere a gas per le lesbiche». Il bello è che Gyertich, quando incontra i colleÂghi europei, chiede comprensione e soÂlidarietà per le sue iniziative. Lo ha fatÂto anche per il nuovo progetto che vieta ogni discussione e propaganda dell'omosessualità nelle scuole, condanÂnato aspramente dalle organizzazioni internazionali dei diritti umani. Un'ennesimo atto di discriminazione, che va ad integrare la lustracja (verifica del passato comunista) in corso in Polonia. Ieri, domenica 15 aprile, sono scaduti i termini per la consegna dei formulari a docenti universitari, avvocati, giornalisti, diplomatici, presidi nati prima del 1972, in cui si dovrà diÂchiarare, entro il 15 maggio, se si è collaborato o meno col vecchio regime coÂmunista. Chi ammetterà di aver lavoÂrato per la polizia segreta non dovrebbe subire conseguenze, mentre è previsto il liÂcenziamento e la soÂspensione dalla proÂfessione per dieci anni per coloro che forniranno informazioni non veritiere o risponÂderanno picche alla richiesta del governo.
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Il mondo dei media è in fermento, le redazioni divise. I quotidiani vicini al governo — Rzeczppspolita, Dziennik, Fakt — sono a favore della lustracja e accusano quanti si oppongono o hanÂno deciso di boicottarla di «avere qualÂcosa da nascondere». Il sospetto è che la manovra punti a mettere il bavaglio ai media ostili al governo, soprattutto Gazeta Wyborcza, il maggior quotidiaÂno del paese, e la rete televisiva TVN-24 che molti preferiscono all'imÂbalsamata televisione di stato.
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Gazeta, diretta dall'ex dissidente Adam Michnik, ha sempre avuto un atteggiamento fortemente critico nei confronti della lustracja, tranne i casi di persone che si sono macchiate di gravi colpe e reati, ed è divenuta il fulcro della resistenza ad una misura che, seÂcondo l'opposizione, si è trasformata in uno strumento di lotÂta politica.
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Ewa Milewicz, opiÂnionista di Gazeta, con alle spalle una lunga militanza nell'opposizione antiÂcomunista, rispedirà al mittente il moÂdulo: «Questa legge è una caricatura. Perché lo stato deve chiedermi se ho ucciso o rubato? Spetta a lui trovare le prove. E poi nessuno può proibire a una persona di scrivere».
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È difficile immaginare che Ewa MiÂlewicz e i giornalisti disobbedienti venÂgano licenziati dai loro editori. Già i rettori delle principali università del paese hanno fatto sapere che non metÂteranno alla porta i docenti che non si adegueranno alla direttiva. È una siÂtuazione a dir poco assurda per un paÂese su sui è abbattuta per mezzo secoÂlo la mannaia della censura e a cui poÂtrebbe porre rimedio, sono in molti ad augurarselo, la Corte costituzionale che si pronuncerà nelle prossime settiÂmane sulla costituzionalità della legÂge.
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