In un bel libro sulle rivoluzioÂni americana e francese, Hannah Arendt scrive che i regimi che le rivoluzioni generano assoÂmigliano a quelli che hanno abÂbattuto. Gli americani avevano lottato contro l'Inghilterra coloÂnialista, non contro il costituzioÂnalismo inglese; così, il sistema politico americano è quanto di meglio il liberalismo britannico di fiume e di Smith, permeato di scetticismo, aveva espresso con l'Illuminismo scozzese.
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I francesi, con la loro rivoluzione deÂmocratica permeata di razionalismo utopico, avevano trasferito al «popoÂlo» gli stessi poteri assoluti del re che avevano abbattuto, dando forma alla filosofica «volontà generale» di Rousseau che molto avrebbe finito con assoÂmigliargli se non fosse stata mitigata dal costituzionalismo di Montesquieu, mutuato dal sistema inglese.
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Ora, la Polonia democratica — in un rigurgito di furore anticomunista — sembra voler riproporre, a diciotto anni dalla fine del comunismo e sia puÂre nella misura dell'autodenuncia, una sorta di moderato Terrore giacobino analogo a quello che aveva divorato in Francia gli stessi figli della grande RiÂvoluzione del 1789. Persino Walesa, Kuron, Micnik e Geremek, gli uomini che avevano messo in ginocchio il regiÂme filosovietico, hanno rischiato di passare per «collaborazionisti». Così, la richiesta di una «confessione di masÂsa», che coinvolge oltre 700mila polacÂchi, finisce con assomigliare, non del tutto accidentalmente, alle purghe staÂliniane, minacciando di far precipitare il Paese nell'incubo di un lungo e dramÂmatico «buio a mezzogiorno». La PoÂlonia pacifica e europea sta scrivendo, sotto la direzione non propriamente liÂberale dei fratelli Lech e Jaroslaw Kaczynsky, una pagina che — per dirÂla con la Arendt — sembra più un riÂflesso, più una specie di lascito totalitaÂrio che una corretta e democratica esigenza di giustizia.
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Nella rete dell'Istituto per la memoÂria nazionale di Katowice è caduto — né avrebbe potuto sottrarsene — il geÂnerale Wojciech Jaruzelski, accusato di «crimine comunista» per aver decretato la legge marziale nel 1981. L'atto di accusa è ampiamente comprensibiÂle, persino giustificabile allo stato deÂgli atti, certamente condiviso da milioÂni di polacchi che, in quegli anni, soffriÂrono persecuzioni e condanne in noÂme della libertà , della democrazia e, soprattutto, dell'affrancamento dall’Unione Sovietica. Ma è proprio sulla base di questa storica aspirazione all'indipendenza e all'autonomia dalla Russia — patrimonio secolare della nazione polacca — che all'accusa di «crimine comunista» andrebbe assoÂciato il riconoscimento al generale JaÂruzelski di «contributo alla causa naÂzionale».
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Ne avevo parlato con lui, anni fa, nel corso di una lunga conversazione — in russo, la sola lingua, oltre il polacÂco, che parla — girando intorno nel cortile della casetta dove abitava. «So — mi aveva detto — che i miei compaÂtrioti mi odiano per quello che ho fatÂto e non posso dar loro torto. Ma, se non avessi "invaso" io stesso il Paese con le nostre forze armate e imposto la legge marziale, lo avrebbero fatto i rusÂsi con i loro carri armati e sarebbe anÂdata peggio. I polacchi hanno perseÂguitato e a volte ucciso altri polacchi, e per me è il dolore più grande». Erano gli stessi sentimenti che — durante una cena a due di qualche anno dopo, in Vaticano — mi aveva espresso il «Papa polacco», usando l'espressione «imperialismo russo» invece di UnioÂne Sovietica. Jaruzelski aveva conoÂsciuto l'inquisizione staliniana. SarebÂbe davvero paradossale se rivivesse ora lo stesso incubo nella Polonia indiÂpendente.
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