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L'orgoglio laico, trentatré anni dopo

• da Il Riformista del 1 maggio 2007, pag. 2

di Marco Cappato

Trentatré anni fa, il 12 e 13 maggio  1974, l'Italia si scoprì laica ed europea. Il «no» al referendum inteso ad abrogare il divorzio spazzò via i timori di un ceto politico an­sioso fino all'ultimo di evitare la consultazione popolare che - si obiettò - metteva in difficoltà l’«unità delle masse cattoliche e comuniste», archi­trave degli equilibri politici del tempo. Una società nuova, fino ad allora nasco­sta e negata, emerse e prese coscienza -anche politica - di questioni che riguardavano la libertà e responsabilità delle scelte per­sonali ed intime degli individui. Trentatré anni dopo, dob­biamo ammettere che un erro­re è stato commesso nel valuta­re la portata di quell'evento. Certamente si trattò di una svolta epocale per la società e per la politica italiana e tutta­via, contro le speranze e le atte­se, non fu l'inizio di un proces­so irreversibile. Dopo il divorzio legale arrivò l'aborto lega­le; ma la Corte Costituzionale e la partitocrazia im­pedirono la vittoria, che  a quel  punto sembrava a portata di mano, dell'abolizione del Concorda­to. Si avviò invece un processo di con­troriforma interna a una Chiesa in cerca di rivincita, che soltanto molti anni più tardi riaffiorò sulla su­perficie della vita politica.

 

Trentatré anni dopo - oggi - i vertici ecclesiastici, dal pul­pito delle chiese, possono inci­tare impunemente i fedeli a boicottare le urne aperte per un referendum di civiltà, arri­vano a paragonare una umana legislazione su aborto ed euta­nasia al terrorismo, identifica­no nella libertà di coscienza il nemico da battere, chiamano a raccolta contro la modernità i fondamentalisti di ogni fede. Il governo - di centrosinistra -non trova, per ora, una maggioranza nemmeno su un pal­lido tentativo di riconoscimento di "famiglie" che non siano quelle unite nel vincolo del matrimonio sacralizzato (an­che quando "civile"). L'oppo­sizione strizza sornionamente l'occhio al Vaticano, avendo a sua volta espulso o marginalizzato ogni componente di sa­pore liberale. Gli sconfitti del 1974 sentono il profumo della rivincita e convocano proprio per il 12 maggio, a piazza San Giovanni, l'appuntamento per il loro "family day". Lo hanno concepito come una definitiva prova di forza del clericalismo montante. Hanno per questo scelto la piazza da sem­pre utilizzata dalla sini­stra ufficiale, che vi ha convocato il suo "popo­lo" per i motivi più di­versi ma mai su obiettivi di libertà civili e laiche: la piazza "progres­sista" diventa l'u­miliato emblema della    diserzione che  ha consentito alla controriforma di tornare a dettare la sua legge.

 

Trentatré anni dopo, il 12 e 13 maggio, l'appuntamento per i laici di destra, di centro e di sinistra deve dunque essere - an­cora una volta - a piazza Navona, la piazza dove Marco Pannella salutò le nonne e le mam­me cattoliche, i tanti elettori democristiani e missini, i dissenzienti dalle sinistre ufficiali che avevano reso possibile la vittoria divorzista. E’ l'appuntamento dell'orgoglio e coraggio laico, per la riaffermazione di obiettivi che possono - e devo­no - tornare a essere vincenti in sintonia con quanto accade nelle so­cietà civili del mondo. È stato  convocato  -  in onorata,  difficilissima povertà - da quella Rosa   nel  Pugno che in tanti vorrebbero seppellire, magari anche per quel duro, essenziale richiamo al Loris Fortuna di ieri accanto al Blair e allo Zapatero di oggi.

 

Ma questa è un'altra storia, che ci auguriamo lunga. Intan­to, arrivederci a Piazza Navona, per un altro «no» all'oscurantismo fondamentalista. 


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