Trentatré anni fa, il 12 e 13 maggio 1974, l'Italia si scoprì laica ed europea. Il «no» al referendum inteso ad abrogare il divorzio spazzò via i timori di un ceto politico ansioso fino all'ultimo di evitare la consultazione popolare che - si obiettò - metteva in difficoltà l’«unità delle masse cattoliche e comuniste», architrave degli equilibri politici del tempo. Una società nuova, fino ad allora nascosta e negata, emerse e prese coscienza -anche politica - di questioni che riguardavano la libertà e responsabilità delle scelte personali ed intime degli individui. Trentatré anni dopo, dobbiamo ammettere che un errore è stato commesso nel valutare la portata di quell'evento. Certamente si trattò di una svolta epocale per la società e per la politica italiana e tuttavia, contro le speranze e le attese, non fu l'inizio di un processo irreversibile. Dopo il divorzio legale arrivò l'aborto legale; ma la Corte Costituzionale e la partitocrazia impedirono la vittoria, che a quel punto sembrava a portata di mano, dell'abolizione del Concordato. Si avviò invece un processo di controriforma interna a una Chiesa in cerca di rivincita, che soltanto molti anni più tardi riaffiorò sulla superficie della vita politica.
Trentatré anni dopo - oggi - i vertici ecclesiastici, dal pulpito delle chiese, possono incitare impunemente i fedeli a boicottare le urne aperte per un referendum di civiltà, arrivano a paragonare una umana legislazione su aborto ed eutanasia al terrorismo, identificano nella libertà di coscienza il nemico da battere, chiamano a raccolta contro la modernità i fondamentalisti di ogni fede. Il governo - di centrosinistra -non trova, per ora, una maggioranza nemmeno su un pallido tentativo di riconoscimento di "famiglie" che non siano quelle unite nel vincolo del matrimonio sacralizzato (anche quando "civile"). L'opposizione strizza sornionamente l'occhio al Vaticano, avendo a sua volta espulso o marginalizzato ogni componente di sapore liberale. Gli sconfitti del 1974 sentono il profumo della rivincita e convocano proprio per il 12 maggio, a piazza San Giovanni, l'appuntamento per il loro "family day". Lo hanno concepito come una definitiva prova di forza del clericalismo montante. Hanno per questo scelto la piazza da sempre utilizzata dalla sinistra ufficiale, che vi ha convocato il suo "popolo" per i motivi più diversi ma mai su obiettivi di libertà civili e laiche: la piazza "progressista" diventa l'umiliato emblema della diserzione che ha consentito alla controriforma di tornare a dettare la sua legge.
Trentatré anni dopo, il 12 e 13 maggio, l'appuntamento per i laici di destra, di centro e di sinistra deve dunque essere - ancora una volta - a piazza Navona, la piazza dove Marco Pannella salutò le nonne e le mamme cattoliche, i tanti elettori democristiani e missini, i dissenzienti dalle sinistre ufficiali che avevano reso possibile la vittoria divorzista. E’ l'appuntamento dell'orgoglio e coraggio laico, per la riaffermazione di obiettivi che possono - e devono - tornare a essere vincenti in sintonia con quanto accade nelle società civili del mondo. È stato convocato - in onorata, difficilissima povertà - da quella Rosa nel Pugno che in tanti vorrebbero seppellire, magari anche per quel duro, essenziale richiamo al Loris Fortuna di ieri accanto al Blair e allo Zapatero di oggi.
Ma questa è un'altra storia, che ci auguriamo lunga. Intanto, arrivederci a Piazza Navona, per un altro «no» all'oscurantismo fondamentalista.