Fra gli altri difetti, ho quello della testardaggine. E a sottolineare la testardaggine c'è un rovello che francamente, malgrado il tempo che passa e le sue presunte virtù consolatorie, non riesco a superare: si tratta dell'inchiesta sulla morte di Daniel Pearl. Da quando, nella primavera del 2003, è uscito il mio libro sulle circostanze e le ragioni di questa morte (Chi ha ucciso Daniel Pearl? Rizzoli, ndr), sono emersi certi elementi che hanno contribuito a rafforzare, arricchire o semplicemente confermare le mie conclusioni.
Per esempio, abbiamo visto verificarsi le mie ipotesi su Abdul Kader Khan, l'inventore della bomba pachistana: di lui segnalavo che il giornalista del Wall Street Journal, nel momento in cui venne rapito, stava per scoprire il ruolo che aveva avuto, e che ancora aveva, nel trasferire le proprie competenze tecniche verso l'Iran, la Corea del Nord e, forse, Al Qaeda. Abbiamo visto ricomparire l'ex numero tre di Bin Laden, Khalid Sheikh Mohammed: di lui suggerivo che fosse stato mollato dai servizi segreti pachistani, poi consegnato, se non venduto, agli americani, alla vigilia della seduta del Consiglio di sicurezza dove il presidente Musharraf aveva intenzione di votare contro la guerra in Iraq. Adesso ci vengono a raccontare — ma a questo, invece, non credo — che sotto tortura Sheikh Mohammed avrebbe confessato di aver sgozzato con le proprie mani il giovane giornalista.
Ora, ecco che gli amici pachistani con i quali sono rimasto in contatto mi annunciano che un terzo elemento, di enorme importanza, viene ad aggiungersi alla lista: la riapparizione e poi la morte di Saud Memon, il ricco mercante di Karachi che era il proprietario del terreno di Gulzar-e-Hijri, dove Daniel Pearl fu detenuto, decapitato e sotterrato. Sì, la riapparizione e la morte di Memon, il personaggio più enigmatico di questa vicenda, il tassello mancante del puzzle, proprio l'uomo con il quale avevo appuntamento l'ultimo giorno del mio ultimo soggiorno, quando invece, in una casa in rovina, alla fine di un dedalo di stradine, di sentieri e di fognature a cielo aperto, ero riuscito soltanto a vedere un suo zio infermo.
L'elemento nuovo, quindi, è che l'uomo chiave dell'affare Pearl, colui che, penso, ne conosceva tutti gli ultimi segreti, sia morto qualche giorno fa, all'insaputa di tutti, nel centralissimo Liaquat National Hospital di Karachi dove, all'epoca, avevo già ritrovato le tracce di un militante di Al Qaeda che si diceva fosse in fuga. Il fatto è che prima, qualche settimana prima del suo trasferimento urgente in ospedale, Memon, il rappresentante di una delle famiglie più facoltose della capitale economica del Paese, era stato ritrovato, gettato come un cane su una discarica di spazzatura vicino alla casa di famiglia, in stato di incoscienza, il corpo scheletrico e, apparentemente, senza più memoria. Ma l'elemento nuovo è anche di avere avuto finalmente l'informazione che mi faceva difetto il giorno dell'appuntamento mancato con lui: proprio quella mattina, sapendo che lo stavano per arrestare, aveva lasciato il Paese per prendere il volo verso il Sud Africa. Dopodiché fu catturato, quasi subito, dagli agenti dell'Fbi; trasferito e tenuto in detenzione per due anni a Guantanamo; poi, probabilmente nell'estate del 2005, consegnato ai servizi segreti pachistani che l'hanno «trattato» per due anni. Sorvolo sulle torture che, pare, furono inflitte a quest'uomo e che ancora una volta sollevano il problema dei metodi utilizzati dai servizi segreti del Signor Musharraf. Sorvolo sul fatto che sia stato rapito, in pieno centro di Pretoria, e rinchiuso a Guantanamo, il che pone la questione, ancora una volta, dei non meno inaccettabili metodi degli Stati Uniti nella loro guerra contro il terrorismo. Per me, questa storia è decisiva per almeno tre ragioni.
Essa conferma quello che ho sempre detto sul «buco nero» del Pakistan, un Paese apparentemente normale, alleato dell'America, ma che in realtà è un formidabile vivaio di jihadisti che abitano nelle sue grandi città, a volto quasi scoperto, e vi esercitano, come Memon, professioni del tutto rispettabili. I pachistani li tengono in caldo e li mollano con il contagocce, sapientemente, secondo le circostanze e le necessità della loro movimentata alleanza con Washington. Essa conferma quello che, insieme a un certo numero di persone, ho sempre percepito dell'impiegabile disagio americano nei confronti dell'inchiesta sulla morte di Daniel Pearl che si sarebbe dovuta trattare, da tempo, come una priorità assoluta, una grande causa nazionale, un obbligo morale e politico. Invece, tanti sottintesi, reazioni imbarazzate o mezze verità: perché, per esempio, non averci detto nulla, da quattro anni, sull'arresto dell'uomo chiave di questa vicenda? Perché aver aspettato che perdesse la memoria, e che morisse, per lasciar filtrare l'informazione? E cosa si aspetta oggi per riferirci — come si è preteso di fare per Khalid Sheikh Mohammed — quello che ha rivelato agli inquirenti dell'Fbi, poi dell'Isi (Inter Services Intelligence), durante i quattro anni di detenzione?
In altre parole, questa storia conferma che la terribile vicenda di Pearl, annunciatrice della nuova epoca quanto lo furono l'11 settembre o la morte del comandante Massud, resta misteriosa, o quasi, come il primo giorno.