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L'imbarazzante mistero Daniel Pearl

• da Corriere della Sera del 30 maggio 2007, pag. 36

di Bernard Henry-Lévy

Fra gli altri difetti, ho quel­lo della testardaggine. E a sottolineare la testar­daggine c'è un rovello che franca­mente, malgrado il tempo che passa e le sue presunte virtù con­solatorie, non riesco a superare: si tratta dell'inchiesta sulla mor­te di Daniel Pearl. Da quando, nella primavera del 2003, è usci­to il mio libro sulle circostanze e le ragioni di questa morte (Chi ha ucciso Daniel Pearl? Rizzoli, ndr), sono emersi certi elementi che hanno contribuito a rafforza­re, arricchire o semplicemente confermare le mie conclusioni.

 

Per esempio, abbiamo visto verificarsi le mie ipotesi su Abdul Kader Khan, l'inventore del­la bomba pachistana: di lui se­gnalavo che il giornalista del Wall Street Journal, nel momen­to in cui venne rapito, stava per scoprire il ruolo che aveva avuto, e che ancora aveva, nel trasfe­rire le proprie competenze tecni­che verso l'Iran, la Corea del Nord e, forse, Al Qaeda. Abbia­mo visto ricomparire l'ex nume­ro tre di Bin Laden, Khalid Sheikh Mohammed: di lui sugge­rivo che fosse stato mollato dai servizi segreti pachistani, poi consegnato, se non venduto, agli americani, alla vigilia della sedu­ta del Consiglio di sicurezza do­ve il presidente Musharraf aveva intenzione di votare contro la guerra in Iraq. Adesso ci vengo­no a raccontare — ma a questo, invece, non credo — che sotto tortura Sheikh Mohammed avrebbe confessato di aver sgoz­zato con le proprie mani il giova­ne giornalista.

 

Ora, ecco che gli amici pachi­stani con i quali sono rimasto in contatto mi annunciano che un terzo elemento, di enorme impor­tanza, viene ad aggiungersi alla lista: la riapparizione e poi la morte di Saud Memon, il ricco mercante di Karachi che era il proprietario del terreno di Gulzar-e-Hijri, dove Daniel Pearl fu detenuto, decapitato e sotterra­to. Sì, la riapparizione e la morte di Memon, il personaggio più enigmatico di questa vicenda, il tassello mancante del puzzle, proprio l'uomo con il qua­le avevo appuntamento l'ultimo giorno del mio ul­timo soggiorno, quando invece, in una casa in rovi­na, alla fine di un dedalo di stradine, di sentieri e di fognature a cielo aperto, ero riuscito soltanto a ve­dere un suo zio infermo.

 

L'elemento nuovo, quindi, è che l'uomo chia­ve dell'affare Pearl, colui che, penso, ne conosceva tutti gli ultimi segreti, sia morto qualche giorno fa, all'insaputa di tutti, nel centralissimo Liaquat National Hospital di Karachi dove, all'epoca, avevo già ritrovato le trac­ce di un militante di Al Qaeda che si diceva fosse in fuga. Il fat­to è che prima, qualche settima­na prima del suo trasferimento urgente in ospedale, Memon, il rappresentante di una delle famiglie più facoltose della capitale economica del Paese, era stato ri­trovato, gettato come un cane su una discarica di spazzatura vici­no alla casa di famiglia, in stato di incoscienza, il corpo scheletri­co e, apparentemente, senza più memoria. Ma l'elemento nuovo è anche di avere avuto finalmen­te l'informazione che mi faceva difetto il giorno dell'appunta­mento mancato con lui: proprio quella mattina, sapendo che lo stavano per arrestare, aveva la­sciato il Paese per prendere il vo­lo verso il Sud Africa. Dopodi­ché fu catturato, quasi subito, da­gli agenti dell'Fbi; trasferito e tenuto in detenzione per due anni a Guantanamo; poi, probabil­mente nell'estate del 2005, conse­gnato ai servizi segreti pachista­ni che l'hanno «trattato» per due anni. Sorvolo sulle torture che, pare, furono inflitte a quest'uo­mo e che ancora una volta solle­vano il problema dei metodi uti­lizzati dai servizi segreti del Si­gnor Musharraf. Sorvolo sul fat­to che sia stato rapito, in pieno centro di Pretoria, e rinchiuso a Guantanamo, il che pone la que­stione, ancora una volta, dei non meno inaccettabili metodi degli Stati Uniti nella loro guerra contro il terrorismo. Per me, que­sta storia è decisiva per al­meno tre ragioni.

 

Essa conferma quello che ho sempre detto sul «buco nero» del Pakistan, un Paese apparentemente normale, alleato dell'America, ma che in realtà è un formidabile vivaio di jihadisti che abitano nelle sue grandi città, a volto quasi scoperto, e vi esercitano, come Memon, professioni del tutto rispettabili. I pachistani li tengono in caldo e li mollano con il contagocce, sapientemen­te, secondo le circostanze e le ne­cessità della loro movimentata alleanza con Washington. Essa conferma quello che, insieme a un certo numero di persone, ho sempre percepito dell'impiegabi­le disagio americano nei confron­ti dell'inchiesta sulla morte di Da­niel Pearl che si sarebbe dovuta trattare, da tempo, come una priorità assoluta, una grande causa nazionale, un obbligo mo­rale e politico. Invece, tanti sot­tintesi, reazioni imbarazzate o mezze verità: perché, per esem­pio, non averci detto nulla, da quattro anni, sull'arresto dell'uomo chiave di questa vicenda? Per­ché aver aspettato che perdesse la memoria, e che morisse, per la­sciar filtrare l'informazione? E cosa si aspetta oggi per riferirci — come si è preteso di fare per Khalid Sheikh Mohammed — quello che ha rivelato agli inqui­renti dell'Fbi, poi dell'Isi (Inter Services Intelligence), durante i quattro anni di detenzione?

 

In altre parole, questa storia conferma che la terribile vicenda di Pearl, annunciatrice della nuova epoca quanto lo furono l'11 settembre o la morte del coman­dante Massud, resta misteriosa, o quasi, come il primo giorno.


NOTE


traduzione Daniela Maggioni


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