Se c'era bisogno di una certificazione ufficiale, allora ci siamo, il momento è arrivato: il Consiglio per i diritti umani dell'Onu è un organismo, più che inutiÂle, grottesco, illogico, dannoso. Come un consesso di dittatori che vigilano e deliberano sulla libertà altrui, come un aguzzino che parla a nome delle vittime. Come ha riferito Michele Farina sul Corriere della Sera qualÂche giorno fa, il sinedrio dei 47 Paesi membri del ConsiÂglio, a larga maggioranza statutaria composta da Stati molto lontani dai normali standard democratici, ha proÂmosso Cuba e Bielorussia, considerate pure e immacolaÂte sul piano del rispetto dei diritti umani, decretando un regime di sorveglianza speciale per Israele.
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Come al solito. Un pugno di Paesi tiene in ostaggio le Nazioni Unite, genera rovesciamenti semantici che semÂbrano applicazioni letterali di quella «neo-lingua» deÂscritta da George Orwell come tratto caratteristica del lessico totalitario, condanna e assolve a suo piacimento. Lo stesso Parlamento europeo, una ventina di giorni fa si è detto rammaricato «che taluni Paesi con situazioni problematiche nel campo dei diritti umani siano stati eletti». Ma ciò non ha impedito che la commissione voluÂta da Kofi Annan l'anno scorso (con la comprensibile e giustificata opposizione degli Stati Uniti e della stessa Israele) con il solo no del Canada abbia deliberato, con una decisione degna del «Dittatore  dello Stato libero di Bananas» di Woody Allen, che a Cuba non esistono prigioni piene di dissidenti, in Bielorussia nemmeno a parlarne, e che l'unico problema sui diritti umaÂni violati riguardi la democrazia israÂeliana. Stupisce semmai che il rappresentante italiano abbia solenneÂmente dichiarato che «le nuove miÂsure sono largamente positive anÂche se alcuni punti sono insoddisfacenti». Solo «insoddisfacenti»? O non si tratta piuttosto di misure catastroficamente ridicole?
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Del resto, la dichiarazione dei giorni scorsi è solo l'ultiÂmo degli episodi che gettano il discredito su un'istituzioÂne internazionale che dovrebbe pure avere a cuore un'imÂmagine di serietà . Quando alla presidenza della preceÂdente Commissione sui diritti umani venne nominata la Libia, era già abbastanza evidente che qualcosa non poÂteva funzionare se il capo dei giudici internazionali non poteva certo definirsi un campione nella difesa dei diritÂti umani fondamentali. Nei mesi scorsi, chiusa una ComÂmissione priva di ogni legittimità morale per essere sostiÂtuita da un Consiglio in cui i Paesi democratici restano un'esigua minoranza, si accettò, da parte del solito orgaÂnismo inutile e grottesco, di ostacolare una condanna alla Nigeria in cui si lapidano gli omosessuali lasciando anzi la possibilità al rappresentante nigeriano di giustifiÂcare quella odiosa pratica di Stato come il frutto di intanÂgibili costumi locali. Sui massacri nel Darfur il Consiglio ha ripetutamente scelto la strada del silenzio e della minimizzazione. Ora rinnova i fasti delle Nazioni Unite che nel 1975 proclamarono a maggioranza che il sioniÂsmo dovesse nientemeno che considerarsi una forma di «razzismo», e perpetua il consueto linciaggio di Israele contestualmente all'assoluzione sommaria di Cuba e Bielorussia in cui i diritti umani sono calpestati clamoroÂsamente, come attestano tutte le organizzazioni indipenÂdenti con dovizia di dati e di cifre. Con l'aggravante che la retorica filo-Onu impone la passiva accettazione di un organismo che con il suo agire stravolge radicalmente le finalità stesse che ne sono alla base. Sarebbe davveÂro così pazzesco, estremistico, irragionevole se l'Italia decidesse di dissociarsi pubblicamente?