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Il ridicolo Consiglio dove il dittatore diventa arbitro dei diritti umani

• da Corriere della Sera del 25 giugno 2007, pag. 26

di Pierluigi Battista

Se c'era bisogno di una certificazione ufficiale, allora ci siamo, il momento è arrivato: il Consiglio per i diritti umani dell'Onu è un organismo, più che inuti­le, grottesco, illogico, dannoso. Come un consesso di dittatori che vigilano e deliberano sulla libertà altrui, come un aguzzino che parla a nome delle vittime. Come ha riferito Michele Farina sul Corriere della Sera qual­che giorno fa, il sinedrio dei 47 Paesi membri del Consi­glio, a larga maggioranza statutaria composta da Stati molto lontani dai normali standard democratici, ha pro­mosso Cuba e Bielorussia, considerate pure e immacola­te sul piano del rispetto dei diritti umani, decretando un regime di sorveglianza speciale per Israele.

 

Come al solito. Un pugno di Paesi tiene in ostaggio le Nazioni Unite, genera rovesciamenti semantici che sem­brano applicazioni letterali di quella «neo-lingua» de­scritta da George Orwell come tratto caratteristica del lessico totalitario, condanna e assolve a suo piacimento. Lo stesso Parlamento europeo, una ventina di giorni fa si è detto rammaricato «che taluni Paesi con situazioni problematiche nel campo dei diritti umani siano stati eletti». Ma ciò non ha impedito che la commissione volu­ta da Kofi Annan l'anno scorso (con la comprensibile e giustificata opposizione degli Stati Uniti e della stessa Israele) con il solo no del Canada abbia deliberato, con una decisione degna del «Dittatore  dello Stato libero di Bananas» di Woody Allen, che a Cuba non esistono prigioni piene di dissidenti, in Bielorussia nemmeno a parlarne, e che l'unico problema sui diritti uma­ni violati riguardi la democrazia isra­eliana. Stupisce semmai che il rappresentante italiano abbia solenne­mente dichiarato che «le nuove mi­sure sono largamente positive an­che se alcuni punti sono insoddisfacenti». Solo «insoddisfacenti»? O non si tratta piuttosto di misure catastroficamente ridicole?

 

Del resto, la dichiarazione dei giorni scorsi è solo l'ulti­mo degli episodi che gettano il discredito su un'istituzio­ne internazionale che dovrebbe pure avere a cuore un'im­magine di serietà. Quando alla presidenza della prece­dente Commissione sui diritti umani venne nominata la Libia, era già abbastanza evidente che qualcosa non po­teva funzionare se il capo dei giudici internazionali non poteva certo definirsi un campione nella difesa dei dirit­ti umani fondamentali. Nei mesi scorsi, chiusa una Com­missione priva di ogni legittimità morale per essere sosti­tuita da un Consiglio in cui i Paesi democratici restano un'esigua minoranza, si accettò, da parte del solito orga­nismo inutile e grottesco, di ostacolare una condanna alla Nigeria in cui si lapidano gli omosessuali lasciando anzi la possibilità al rappresentante nigeriano di giustifi­care quella odiosa pratica di Stato come il frutto di intan­gibili costumi locali. Sui massacri nel Darfur il Consiglio ha ripetutamente scelto la strada del silenzio e della minimizzazione. Ora rinnova i fasti delle Nazioni Unite che nel 1975 proclamarono a maggioranza che il sioni­smo dovesse nientemeno che considerarsi una forma di «razzismo», e perpetua il consueto linciaggio di Israele contestualmente all'assoluzione sommaria di Cuba e Bielorussia in cui i diritti umani sono calpestati clamoro­samente, come attestano tutte le organizzazioni indipen­denti con dovizia di dati e di cifre. Con l'aggravante che la retorica filo-Onu impone la passiva accettazione di un organismo che con il suo agire stravolge radicalmente le finalità stesse che ne sono alla base. Sarebbe davve­ro così pazzesco, estremistico, irragionevole se l'Italia decidesse di dissociarsi pubblicamente?


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